zì marì

Zì Marì

Tempo di Lettura: 4 minuti

Dispetto #37 – Quando nonna è andata via

Ogni tanto prima di scrivere qui sopra guardo il calendario. Cosa è successo il 15 di giugno nei miei anni precedenti?
Scorro i ricordi di Facebook che sono diventati una vecchia agenda dove riscoprire gli appuntamenti passati.
Così facendo lo slalom tra i vecchi post mi ritrovo all’estate del 2014.
Quel giorno l’Italia aveva battuto l’Inghilterra con goal di Balotelli ai mondiali.
Casa mia, bei tempi, era piena di amici, perché le partite di mondiali e europei hanno senso solo se viste in compagnia.
Quel giorno lo ricordo perché poco prima mia madre mi aveva chiamato per dirmi che nonna si è rotta il femore.
Mia nonna, per tutti Zì Marì.

Zì Marì mi ha insegnato che il suono dell’amore è quello del cucchiaino contro il bicchiere quando monta l’uovo al mattino

Per me la nonna è sempre e stata solo una, la mamma di mia mamma. Non è cattiveria verso gli altri, ma nonno materno e nonna paterna sono morti entrambi che io avevo 5 anni e non mi ricordo molto di loro, mentre nonno paterno è andato via prima ancora che io potessi essere pensato.
Così per me c’era solo lei. Le mie vacanze estive erano andare a casa sua.
Qualcuno mi diceva “Ah vai al mare?” “No, vado da mia nonna”.

Palloni arancioni sgonfiati, fare ciao ad un treno che passa e guardare nel cielo la scia di un aereo. Mutuando le parole del buon Dario potrei descrivere così le mie estati, ma senza la spiaggia.
Giocare a calcio nella piazzetta adiacente a casa di nonna, fare i compiti sotto il pergolato d’uva – lo stesso di questa storia qui – oppure giocare a carte con zii, cugini e passanti vari per la strada. Praticamente dagli 0 ai 20 anni ho fatto le vacanze di un pensionato
Anzi c’erano alcuni pensionati che facevano vacanze più briose delle mie, ma a me andava bene così. Forse perché come per gli Amish non avevo conosciuto l’alternativa.
Io però mi svegliavo con il suono del cucchiaino contro il bicchiere quando mi montava il rosso dell’uovo per colazione, con pazienza infinita. Se un giorno dovessi spiegare l’amore con un suono, io certamente sceglierei questo.

Nonna non era di tantissime parole. Aveva fatto la guerra, ma solo una volta ci raccontò delle bombe cadute poco lontano. Delle volte in cui lei era costretta a portare cibo ai tedeschi invasori.
Probabilmente per questo durante la finale del 2006 mentre noi eravamo presi dalla tensione agonistica, lei serafica con le braccia conserte ogni tanto ci guardava e ripeteva questo mantra: “I tedeschi so nfam” (I tedeschi sono infami)

Spesso a casa sua si fermavano molte persone, complice il fatto che lei non avesse cancelli e noi eravamo spesso fuori, la gente passava salutava, si fermava per un caffè e poi ripartiva. Quasi noi fossimo una tappa del viaggio. Da brontolo quale ero non capivo questa usanza, ma tra queste persone c’era anche Lello che ogni tanto mi portava in giro con la sua Vespa e io ero felice così.
Ogni tanto sentivo frasi tipo “Per fortuna che ci sta Zì Marì” o un altro che una volta disse: “Zì Marì costringe i nipoti a essere gay, perché tatno lo sanno che un donna così non la trovano”.
Mia nonna meglio della teoria del gender. Con buona pace della Meloni.

Il 15 giugno 2014 mia madre mi avvisò della rottura del femore di nonna, ormai 95enne. Capii subito che la cosa era preoccupante e quindi come prima reazione feci una cosa che avrebbe sicuramente risolto tutto. Andai in automobile al lago di Lovere, girando come uno stupido. Mi sembrava la cosa più giusta da fare.
Qualche giorno dopo chiamai mio zio e decidemmo di andare anche noi a Sant’Antonio Abate (NA) per vedere cosa avremmo potuto fare per dare una mano.

Arrivati a casa di nonna scoprimmo che era stata ricoverata in un ospedale per circa 5 giorni ma i dottori si erano rifiutati di operarla. L’unico esisto del ricovero erano le punture di zanzara sul suo viso da far sembrare avesse avuto la varicella. Quando si parla di eccelenze sanitarie.
A quel punto, nella stanza delle decisioni di famiglia, decidiamo di provare a farla operare in un altro ospedale, a Pescopagano.

Andammo io mio ZioPasquale, ZiaTeresa e MiaMamma. Di quello che successe a Pescopagano, della ricerca di un alloggio, della ragazza riccia e bellissima che ogni tanto passava di lì, della commessa del conad, della signora Tabaccaia che non aveva il distributore automatico ma alle 22.00 in qualche modo le sigarette te le faceva avere, di tutto questo parlerò sicuramente un’altra volta. Perché è stata un’esperienza che merita di essere raccontata con calma.

Zì Marì venne dimessa poi qualche settimana dopo. Era il 2014 e io venivo dall’esperienza tragica di quel lavoro umile ma onesto, ne avevo appena trovato uno nuovo.
Erano gli ultimi giorni di agosto, era una domenica mattina quando alle 6.00 il mio telefono squillò. Mia mamma mi avvisava che nonna aveva deciso di andarsene. Chi era con lei mi disse “serenamente”.

La mattina del funerale era il mio compleanno, quasi nonna avesse voluto passarlo assieme per una volta – visto che non riuscivamo mai ad essere assieme quel giorno. Di quella mattina ho scritto anche qui.
Fu tutto strano, ricordo che anche il giorno prima c’era un capannello formato da noi cugini e ad un certo punto stavamo tutti ridendo pensando ai ricordi con Zì Marì.
Sono sicuro che in quel momento molti abbiano pensato noi fossimo irrispettosi di lei.
Io mi immaginavo lei, seduta sotto il pergolato, a coprirsi il viso con le mani e ridere, come rideva lei, composta ma con gli occhi felici.

L’ultima volta che la vidi mi feci anche la barba, perché a lei piacevo così. Quel giorno di agosto prima di partire qualcuno le chiese: “Chi è il tuo nipote più bello?” e lei rispose: “Giovanni di Bergamo”. Questa è l’ultima cosa che mia nonna mi disse.

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