una lunga serie di scelte discutibili

Una lunga serie di scelte discutibili

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Dispetto #80 – Tutti i miei sbagli

Questa settimana nel tipico sondaggio Instagram del Martedì ha vinto l’opzione “Le scelte”.
Non avrei mai detto potesse vincere una cosa con un titolo così aperto. Tra le altre possibilità c’erano “Ma dove mi vedi bello?” – un articolo dove avrei potuto parlare di come la mia comfort-zone sia il sentirmi brutto, dove la mia insicurezza trova delle certezze – oppure “Quello che so sulle donne” – un fantastico pezzo che avrei usato per sembrare migliore di quello che sono. Perché, come ho detto una volta al tavolo di un ristorante: “Io sulla teoria sono un drago, nella pratica sono divorziato”.
Così hanno vinto le scelte. È stato un vero e proprio plebiscito. Si sono portate a casa l’88% dei voti, ho quindi pensato che questa vittoria meritasse il racconto di una lunga serie di scelte discutibili. (citando Bojack Horseman)

una lunga serie di scelte discutibili
ti senti illuminato, invece è solo l’ennesima di una lunga serie di scelte discutibili

Nella vita sono tante le categorie di persone che non sopporto, se ne dovessi scegliere tre direi:

  • I maschi che fanno TikTok con un asciugamano in testa per fare la parte delle donne
  • “Ha fatto anche cose buone”
  • Quelli che ti dicono che “essere felici è una scelta”

Io non ne capisco molto della vita. Però sono convinto che una persona, mediamente dotata di intelletto, davanti alla scelta “vuoi essere felice o vuoi essere triste”, non sceglierà la seconda. Nessuno decide di essere triste.
Semplicemente le emozioni ci arrivano e poi le gestiamo. Decidere a priori come vogliamo stare, per me, significa ignorare ciò che abbiamo attorno. Se c’è una cosa che ci rende tristi ci sentiremo di conseguenza.
Oppure vogliamo vivere in un mondo di persone che: “Oh mi è morto l’iguana da compagnia, ma io ho deciso di essere felice”? Vero che se come animale da compagnia abbiamo un iguana non siamo normalissimi, ma non così tanto da ignorare il dolore che ci sta per arrivare addosso.

Non so se nella mia vita sia mai stato bravo a prendere delle decisioni, anzi penso proprio di essere uno di quelli che si sono fatti trascinare dalle cose. Secondo Tom Hanks in C’è Posta Per Te i posti come Starbucks sono fatti per persone come me: 7 decisioni per un caffè, illudendomi di essere una persona che sa quel che vuole.
La verità è che il più delle volte mi sono lasciato scegliere. Per citare il più grande dei poeti molte volte “Ho continuato a farmi scegliere“.
Con l’illusione di essere uno che sapeva cosa volesse ho scelto le scuole superiori a 8 anni, senza mai chiedermi se stessi sbagliando o meno.
Perché un vero uomo non ha dubbi, quindi perché avrei dovuto averne io.

Così io, senza farmi venire nessun dubbio, ho infilato una lunga serie di scelte discutibili. Ho scelto di frequentare persone molto diverse da me, senza chiedermi se fosse giusto o meno.
Come detto ho scelto una scuola che mi è piaciuta molto, ma che con il senno del poi forse non sceglierei di nuovo. Oppure andrei per lo meno a vederne anche altre.
Ho scelto lavori solo ed esclusivamente per i soldi che mi venivano proposti.

Molto probabilmente le peggiori scelte della mia vita le ho fatte proprio in ambito professionale.
Se c’è una cosa che proprio non sono capace di fare è scegliere un nuovo lavoro. Mi riempio la bocca di “cambiare significa anche crescere”. Così quando mi arriva un’offerta di lavoro faccio finta di pensare al mio futuro, a cosa vorrei davvero diventare, per poi in realtà pensare solo a come spendere il TFR che riceverò di lì a breve.

Quando ho scelto il lavoro in cui ho trovato il collega insopportabile, ho pensato a lungo a ciò che sarei dovuto andare a fare.
Mi veniva proposto un ruolo “ibrido”, un po’ commerciale e un po’ magazziniere. Ricordo il colloquio in cui avevo ripetuto fino all’ossesso: “Io sono un customer care che mette le cose nei pacchi, non sono un magazziniere bravo con il computer. Se assumente me non mi dovete valutare come magazziniere”.
Andando via da quell’incontro una vocina mi diceva: “Giò, fatti i fatti tuoi, stai dove sei, che fai bene, non fa niente che questo lavoro sia a 800 mt da casa, puoi uscire 2 minuti prima, ti pagano il pranzo, ti danno tanti soldi in più, alle 17 sei a casa, hai tutto il tempo per fare quel che vuoi, pensa al tuo bene: quel lavoro non ti piace e ti fregherà“.

Quel “Lavoro ibrido” mi dava un po’ di prurito. Sapevo che non mi avrebbe portato a nulla di buono. Però quei soldi in più al mese mi facevano troppo gola.
Quindi con la liquidazione andai a fare Capodanno a New York, con i soldi in più iniziai a fare terapia da uno psicologo.
Poi ho cercato di resistere, ma dopo essere stato trattato per 4 anni come il magazziniere che sa usare il pc, ho deciso di cambiare e andare nel primo lavoro che mi offrisse più soldi di quanti ne stessi prendendo.

Mi madre quando cambiai mi disse: “Adesso vai a fare sto lavoro, nel traffico, con lo stress, solo perché qua non ti andava bene. Resisterai 4 mesi”. Mai come quella volta ci prese. Dopo 3 mesi chiamai il direttore del personale dicendo: “Facciamo che io non piaccio a voi e voi non piacete a me, da Lunedì io resterei a casa come prova non superata”. Se penso a me in quel momento, penso a una persona che finalmente aveva smesso di non farsi venire dubbi e aveva preso la vita a due mani per scegliere del suo destino.

Questo sarebbe l’incipit perfetto di una di quelle storie sulle persone “che hanno deciso di essere felici” e sono ricche. La mia invece è solo l’ultima di una lunga serie di scelte discutibili, quella di una persona “che ha deciso di essere povero”.

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