una cosa di cui mi pento

Una cosa di cui mi pento

Tempo di Lettura: 4 minuti

Dispetto #113 – Cose di cui mi pento

In questo 2024 ho pensato di aprire una rubrichetta nuova per il blog. La vorrei proporre ogni terza settimana del mese, ma come sempre verrà messo ai voti in un sondaggio Instagram.
Parlerò delle cose di cui mi pento. Oggi, quindi, parlerò proprio di una di queste.

sedersi su una panchina e pensare ad una cosa di cui mi pento

A volte capita che camminando per la strada ripensi a cose che mi sono successe. Nella mia testa rivivo e vinco discussioni con una sagacia superba.
Litigo con le persone e dentro cresce la rabbia. Abitudine, questa, che sto cercando di abbandonare perché è solo un esercizio di rancore che mi peggiora le giornate.
Però, quando non sono intento a dare sfogo alle mie ire, ripenso a cose che mi sono accadute e di cui mi vergogno. In quel momento spero che nessuno mi veda e mi giudichi, ma solo perché in realtà sono io a guardarmi da fuori e dirmi: “Sei proprio un cretino”.

Penso che ognuno di noi abbia cose per cui si pente, però vorrei fare un disclaimer sull’argomento di cui parlerò oggi.
Come disse Pacey Witter dopo aver sputato in faccia al professor Peterson: “Io mi scuso per l’evento, ma non posso scusarmi per le mie intenzioni”. Vi giuro che ritrovare quel pezzo di storia delle serie tv su youtube è stato difficilissimo, ma ve lo linko qui, così potrete immaginare il mio volto mentre sono intento a scrivere questo articolo.
Perché alla fine la verità è : io mi pento di quello che ho fatto. Lo giuro, è stato deplorevole, meschino e brutto, ma come diceva la Sora Lella: “Quanno ce vò, ce vò”.

Ovviamente non sto parlando di violenza fisica, tanto meno psicologica – almeno spero di no. In quel caso sei stronzo e basta.
Forse scrivendo questo articolo cerco una sorta di redenzione, una via d’uscita per sentirmi meno cattivo di quel che sono stato in quel momento.
Però voglio pensare che in qualche modo abbia ragione il mio vecchio amico Mucho: “Se sei stato stronzo una volta non significa che lo sei in generale, lo sei stato quella volta lì”.
E poi diciamolo, la Disney ha fatto un film per redimere Crudelia DeMon allora anche io posso scrivere un articolo su I Soliti Dispetti per dire che quella volta sono stato stronzo ma ho diritto ad essere compreso per il mio passato burrascoso? Ah no?!

Ricordate l’articolo di settimana scorsa? Quello in cui dicevo che la ragazza con cui stavo si vendicava con silenzi punitivi di 4 ore. Lo potete leggere qui.
Onestamente, c’era un lato positivo. Lei era veramente logorroica e io avevo bisogno dare pace ai miei timpani ogni tanto.
Io vengo da una famiglia l’urlo è lo standard di ogni interazione. Sono cresciuto in una casa dove tutti parlavano urlando, due televisioni sempre accese e, dio tu sia maledetto quando le hai inventate, videochiamate perennemente urlate. La mia battuta spesso è: “Mettete giù e aprite la finestra, fate prima”.
Per me il silenzio ha lo stesso valore del tempo.

Due persone che sanno stare in silenzio nella stessa stanza senza sentirsi in imbarazzo per me sono quelle che hanno trovato la chiave della felicità – dopo la disobbedienza in sé e a quello che non c’è, ovvio. Sapere che si sta zitti non perché non si ha nulla da dire, ma si stanno creando nuovi momenti di condivisione.
Ad esempio a me era capitato tempo fa di scrivere un articolo di questo blog mentre una persona era nella stessa stanza, e ricordo il nostro silenzio. Sapeva di attesa.
I silenzi non sono tutti uguali, ci sono quelli belli, in cui sei a tuo agio e altri imbarazzanti, quelli in cui hai paura di parlare, come se ci fosse mancanza di confidenza.

Nella storia con la ragazza di cui sopra i silenzi erano solo brutti e tesi. Questi momenti si alternavano a mitragliate di parole.
Non c’era un attimo di respiro. Quando provavo a godermi il silenzio arrivava subito un: “Mi annoio”. E si aprivano i rubinetti, perché, anche a detta sua: “Se sto zitta i pensieri mi mangiano”.
Così era sempre tutto senza sosta. A volte molto bello, come un viaggio di rientro dalle ferie in cui mi aprii tantissimo, uno dei ricordi migliori del nostro rapporto. Altre volte era insopportabile. Soprattutto durante i litigi.

Per me è stato spesso difficile non litigare con le persone con cui stavo. C’è un articolo su questo blog, si chiama Non Litighiamo Più – qui il link – in cui racconto dei motivi stupidi per cui litigavo con le mie partner. Statisticamente non potevo avere torto sempre, ma la mia mancata capacità di dire come stavo sicuramente ha influito.
Durante i nostri litigi quindi immaginate lo scontro tra una persona che vuole vincere e una che non sta zitta un secondo per scelta di vita.

Lo ripeto, è una cosa di cui mi pento, lo sto dicendo quasi per scusarmi con l’universo. Non giudicatemi.
Ora vi dico come sono andate le cose.
Una volta stavamo litigando, volavano le classiche frasi: “Adesso parlo io”, “Non mi fai mai finire”.
Lo schema per cui interrompi l’altro a metà perché ha detto una cosa che ti fa scattare. Il classico litigio dove pensi solo a voler imporre le tue ragioni. A costo di annientare psicologicamente l’altro, rinfacciando anche frasi decontestualizzate dette una volta in terza media durante l’interrogazione sulla rivoluzione industriale.
Lei partì con il suo incedere di parole. Io feci partire il cronometro dal telefono, di nascosto.
Ero bombardato di vocaboli, insulti, ragionamenti tenuti in piedi solo grazie ai paradossi di Zenone.
Nel frattempo il mio cronometro andava. Impietoso come il tassametro di un tassista romano.

Alla fine del suo discorso io dissi solo: “Adesso posso?”, leì annuì. Io tirai fuori il telefono. Il cronometro diceva 17 minuti.
Dissi solo: “Come faccio a risponderti? Dovevo prendere appunti”.
Penso che in quel momento la mia cattiveria fosse su livelli altissimi. Volevo solo vincere la discussione, con qualsiasi arma, non volevo trovare un punto di incontro. E forse di questo mi pento del mio passato: aver visto i litigi non come momenti di confronto, ma solo come situazioni in cui c’era un vincitore e uno sconfitto.

Tu, hai qualcosa di cui ti penti?
Dimmelo nei commenti. Soprattutto se vuoi aiutare a far crescere questo blog condividi questo articolo sui tuoi social

A martedì prossimo per “IL SOLITO PODCAST”. A giovedì per un nuovo dispetto.

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