ti aspettavi qualcosa di diverso?

Ti aspettavi qualcosa di diverso?

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Dispetto #128 – Mascolinità tossica

In questo periodo sono capitate tante cose brutte: l’Inter ha vinto lo scudetto, Ermal Meta ha presentato il concerto del PrimoMaggio e io sono stato messo in un gruppo Whatsapp di coscritti.
Quest’ultima cosa mi ha riportato alla mente così tanti traumi da poter permettere alla mia psicologa l’acquisto di Tesla. Non l’auto, tutta l’azienda. Per esorcizzare queste paure avrei voluto scrivere dell’insegnante che ho avuto alle elementari e dirle tutto ciò che penso, sta str*nza. Lo farò prima o poi.
Nel sondaggio Instagram ha vinto però una storia di inseguimenti amorosi con finale a sorpresa. Un finale che potrei definire con: ti aspettavi qualcosa di diverso?

ti aspettavi qualcosa di diverso
cosa ti aspettavi di diverso?

Non so come sia per voi, ma io spesso mi guardo indietro e dico: “ti aspettavi qualcosa di diverso?”. Ripenso a cose che mi sono successe, le analizzo con un occhio esterno e mi accorgo che tutto sia andato esattamente come doveva andare. Non come io avrei voluto andasse, ma come la serie dei miei comportamenti abbia fatto sì che qualcosa succedesse.
Se io cucino la pasta con il pomodoro, non posso pretendere di mangiare la pasta con la panna e prosciutto a pranzo. Se quelle sono le cose che faccio quelle mi ritrovo.
Solo che quando sei dentro alle cose non ti rendi conto e pensi sia tutto ingiusto, il mondo ti ha in antipatia.

Lamentarsi dovrebbe essere un diritto fondamentale dell’essere umano, ma con delle limitazioni. A volte farlo aiuta a far uscire cose che dentro fanno male.
Però poi serve darsi un limite, altrimenti è solo un’autoindulgenza. Se mi lamento di qualcosa che non va dopo un po’ quella lamentela diventa solo una scusa per non cambiare una situazione. Fatto questo disclaimer fondamentale con cui PsicologiAssolutamenteCredibiliSuTikTok potrebbero farci i prossimi mesi di post torno al mio concetto base.
Quando siamo dentro una situazione non riusciamo a vedere le cose con obiettività, per questo poi pensiamo sia tutto un complotto organizzato da Dio, Zeus e Andreotti contro di noi.

I social sono pieni di questo rumore lamentoso di fondo. Secondo me è un situazione dell’essere umano.
Lamentarsi è comodo, le persone ti consolano, ti sfoghi di qualcosa. C’è qualcosa di meglio? Solo la torta al Mars della Bellomi, ma questa purtroppo voi difficilmente la potrete provare quindi fidatevi che la lamentela è la cosa migliore che vi possa capitare. Dopotutto come dice il Peyote “le preghiere non funzionano, ma le bestemmie sì. Dite Amen”.

Tutta questa introduzione perché con la ragazza di cui sto per raccontare in questo articolo, figurati se non c’è sempre di mezzo ciò che muove il sole e l’altre stelle, io non ho parlato per circa un anno. Lamentandomi dalla sua condotta assolutamente immorale.
Chi è senza peccato scagli la prima pietra diceva quello con 4 biografie accettate dal suo ufficio stampa. Io onestamente mi sentivo pulito, pronto a lanciare i miei sassetti dal cavalcavia. GiòIlMoralizzatore. In quel momento, secondo me, avrei avuto bisogno di Eduardo a farmi O’ Pernacchio alle spalle.

Allora signora mia, cosa facciamo? Ne vogliamo parlare? Vi presento lei: cugina dell’amico rockstar. Il tempo del racconto: la fine dell’adolescenza.
Le ragazze durante l’adolescenza hanno una particolarità si trasformano da bambine a donne più velocemente di Superman nella cabina del telefono.
Così CuginaRock, che quando poteva si spostava dal Profondo Veneto di Brondiana memoria alla Bergamo cantata dai Pinguini Tattici Nucleari, andò via bambina l’estate precedente e d’un colpò si presentò piccola donna senza averne dato preavviso.

Erano i giorni dell’anno che mi fece diventare grande all’improvviso, fatti di solitudine e le prime canzoni scritte e si presentò lei.
Con le famiglie andammo in un Luna Park, e io vedevo da lei un’attenzione diversa nei miei confronti.
Prendermi per mano per portarmi sulla pista per scendere con i tappeti – un contatto fisico a 17 anni, era pari ad una dichiarazione d’amore per me. Questa cosa mi scombussolava.
Ancora di più mi scombussolò il fatto di tenerci la mano molto timidamente, quasi per sbaglio al concerto dei Nomadi. Insomma, c’era qualcosa che ci legava.
Probabilmente le piacevo. Lei era la CuginaRock e quindi un po’ non me la sentivo. Viveva lontano, e poi tutte le paranoie di un diciasettenne maledetto quale volevo essere io, mi impedivano di lasciarmi andare.

Negli anni successivi da ogni ritorno sentivo quel misto di “magari qualcosa ci scappa” e poi non succedeva mai.
Soprattuto perché io volevo capire cosa stesse succedendo, con i discorsi che solo il miglior Dawson Leary poteva fare:

“Allora ti piaccio? Bene, dovremmo parlarne, chiariamo bene questa situazione. È più un piacerti come ti piace la torta al mars della Bellomi – che non puoi sapere che esiste ma ci siamo intesi – o tipo un tormentone estivo che ti piace oggi e poi va via? Ma poi se ti piaccio, cioè le partecipazioni di che colore le facciamo? Insomma, vengo io in Veneto? Tu qui?”.

Tutto perché lei aveva scritto un messaggio dal tenore: “Ma quasi quasi un limone te lo darei”.

Un paio di estati dopo questo rincorrersi senza mai riuscire a trovarsi, ci trovammo tutti quanti, a casa dell’AmicoRockStar.
Quella sera oltre a me c’era AmicoFregno, uno che piaceva a tutte. AmicoVero, per descrivervelo lui fece finta di non saper nuotare solo per non lasciarmi solo al corso di nuoto, AmicoPungiBall, quello un po’ grassottello che tutti prendevamo in giro, ovviamente io, e CuginaRock.

AmicoFregno fece partire i radar e dopo un paio di respiri era già pronto a limonare con CuginaRock. Per me inconcepibile, senza neanche due anni di messaggi e questionari di gradimento?
Restammo a dormire tutta notte nella stessa casa, io sveglio sentendo loro che facevano le cose che fanno due 19enni che si piacciono.
Arrabbiatissimo, perché in realtà ero geloso di qualcosa che sarebbe potuto succedere a me e invece avevo fatto di tutto per evitarlo.
Feci la parte del moralizzatore tenendole il muso per un anno, perché dai “Si fanno ste cose a casa di tuo cugino?”. Silenzio punitivo che poi puniva solo me. Ovviamente, poi, dopo un paio di mail chiarificatrici e 4 questionari di gradimento, siamo tornati amici.

Ti aspettavi qualcosa di diverso Gio? Ovviamente sì perché non avevo nessuna obiettività, anzi era proprio un comportamento figlio della mascolinità tossica in cui siamo cresciuti. Io ora ci ho scherzato su, solo per ricordarmi però che non deve accadere mai più. Essere cresciuti in un sistema non significa non dover far nulla per cambiarlo.

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