sogni d'oro

Sogni d’oro

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Dispetto #76 – Fare grandi sogni

Scrivere un articolo oggi è un po’ più difficile. Mi tolgo subito il dente e lo dico: mio papà non c’è più, se ne è andato la scorsa settimana, motivo per cui l’articolo non è uscito.
Io però so che ogni volta in cui ho scritto di lui ne è stato orgoglioso, gli ho persino visto versare qualche lacrima. Per questo ho ritenuto giusto ripartire a scrivere oggi, forzandomi anche un po’. Chiedo scusa se questo non sarà il mio migliore articolo, ma giuro farò del mio meglio.
Ho deciso, nel classico sondaggio settimanale sul mio profilo Instagram – seguimi qui se vuoi partecipare ai prossimi – di proporre solo argomenti leggeri. Ha vinto forse il meno leggero: Inseguire i propri sogni. Quelli che tieni stretti. Quelli a cui pensi appena metti la testa sul cuscino, quelli che potresti chiamare Sogni d’oro.

sogni d'oro
ho i cassetti pieni di sogni d’oro, per questo lascio i vestiti sulle sedie.

Bennato diceva che “le ragazze fanno grandi sogni, forse peccano di ingenuità”, io penso che la grandezza dei sogni non sia una questione di genere. Non penso nemmeno che i sognatori siano persone ingenue, anzi.
Probabilmente il mondo si divide tra chi pensa che i sogni siano solo chimere irraggiungibili e chi invece sia capace di trasformarli in una ragione di vita.

Ho imparato a dare molta importanza a questo secondo tipo di persone, per me sono un esempio. La vita mi ha fatto il regalo di circondarmi di persone così, che sanno quello che vogliono fare nella vita e non mollano inseguendo i propri obiettivi.
Non credo che le persone felici siano quelle che fanno ciò che sognavano da piccoli, o almeno non solo. Penso lo siano quelle che hanno fatto un percorso per arrivare a capire la propria strada. Per questo non smetterò mai di fare il tifo per chi insegue i propri sogni, proprio come le tre ragazze di cui parlavo qui.

Stare vicino a questo tipo di persone mi ha aiutato a capire anche io “quel che voglio fare da grande”.
Con l’improvvisazione teatrale, con l’attività di presentatore, nonostante qualcuno abbia da dire del mio “non essere professionista”, io mi impegno per fare tutto in maniera professionale, sperando che oggi sia un investimento, domani un arrotondamento del mio reddito e a tendere la mia vita.
Mi hanno insegnato a crederci credendo in me, a lavorare sodo. Non arrendermi. Imparare dai miei errori.
Per questo motivo studio, mi aggiorno, faccio il maggior numero di esperienze possibili, rubo a chi è più bravo di me. Insomma sto facendo gavetta.

Tutto questo l’ho capito solo ora, perché quando ero piccolo mi riusciva praticamente tutto facile, senza dovermi impegnare. Un’incredibile fortuna da un lato, una tragedia educativa dall’altro, soprattutto per un pigro come me.
Non ho mai avuto bisogno di studiare troppo per sopravvivere a scuola.
Poi mi ero convinto che io sarei diventato un calciatore. Senza nessun sacrificio.

Ovviamente come tutti i maschi bianchi etero non lo sono diventato per alterne sfortune, un elenco delle più comuni in cui vi potrete imbattere, utilizzate per conquistare le donne:

  • Ginocchia fragili
  • Non ero raccomandato
  • L’osservatore quel giorno rimase bloccato nel traffico
  • Ero una pippa (questa non ve la dirà mai nessuno ma è l’unica vera)
  • Ho dovuto scegliere tra il calcio e il lavoro – questa va detta con l’aria di chi ha fatto il Vietnam

Quando i miei genitori mi iscrissero alla scuola calcio io non ero proprio felice. Il divano mi sembrava un’esperienza di vita molto più interessante. Forse per questo poi, una volta in campo, quando l’allenatore prima della prima partita chiese “Chi vuole fare il portiere?” io alzai la mano.
Mi sentivo portato per fare quel ruolo, forse perché non si doveva correre. E poi ero il portiere titolare, perché unico.
Dato che io ero io, andare a giocare in un grande club di calcio mi sembrava dovuto. Solo questione di tempo.

Nella piccola società del mio paese c’era un allenatore per i portieri ed io fui subito aggregato a lui. Con me c’erano quelli più grandi: io avevo 10 anni e mi allenavo con ragazzi di 15 e 18.
Questo allenatore, per la prima volta, mi fece sudare. Mi insegnò i fondamentali di quel ruolo, la posizione, come tuffarmi. Tutte le settimane facevo tre allenamenti: uno dei portieri e due con i miei compagni di squadra.

Quando qualcuno mi diceva “Sogni d’oro”, io mi immaginavo portiere della Juve o della nazionale. Quell’anno oltretutto prendemmo pochissimi goal. Anche per merito mio, che paravo abbastanza bene. Mi riusciva facile.
Ad un certo punto mi dissero che un osservatore del Brescia era interessato a me.
Mi venne a vedere in una partita dove parai anche le mosche, poi in un’altra dove presi 3 goal ma parai anche molto bene, mostrando sicurezza. I tre allenamenti a settimana si facevano sentire, come dice Kobe Bryant.
Venne alla terza, dove io però ero malato, in porta c’era un ragazzo molto simile a me.

Era un torneo senza distinte, non si sapevano nomi delle persone in squadra. In quella partita quel ragazzo, poverino, prese 4 tiri e 4 goal. L’osservatore pensò fossi io. Da lontano ci somigliavamo.
Se ne andò, deluso.
Quando me lo dissero ci rimasi malissimo.
Delusione che fece il paio con quella del torneo primaverile del mese successivo: arrivò un secondo portiere, facemmo un tempo a testa. A me non venne mai calciata la palla in porta, a lui sì. A fine torneo, lui, alla prima partita, vinse il premio come miglior portiere. Per me era troppo.

Piansi tanto. La sera mi telefonò il nostro accompagnatore per consolarmi. Lo ringraziai, ma tra me e me pensavo: “È anche colpa tua, perché tuo figlio mi somiglia e ha preso 4 goal. Ed io non gioco nel Brescia”.
La verità è che come tante volte nella vita, quando una cosa diventa difficile io mollo. Però posso dire di aver imparato a non andarmene di notte quando la conversazione non mi piace.
Certo, poi non avrei mai detto che Brescia nella mia vita ci sarebbe entrata in maniera così prepotente lo stesso, sempre per un gioco, solo che si fa sul palco. I miei sogni d’oro, al momento, sono tutti lì – quanto meno di residenza.

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