Quando un amico ti delude

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Dispetto #1 – L’amico stronzo

Si dice che gli amici siano la famiglia che ci scegliamo. Effettivamente è così, con loro condividi momenti di intimità, gioie, dolori, serate indimenticabili e serate da dimenticare. Per questo uno dei dispetti peggiori della vita è quando un amico ci delude. In quel caso possiamo dire di avere avuto un amico stronzo.
Però evitiamo di pubblicarlo su Facebook con frasi tipo “Chi non mi vuole non mi merita”, ok?

Questa storia inizia in terza elementare. Se dovessi usare un aggettivo per descrivermi in quel momento sarebbe inconsapevole. Vivevo in un mondo tutto mio, fatto di divano, Tartarughe Ninjia, Holly&Benji e tre amici immaginari accampati nello sgabuzzino di casa.

Ero così dentro al mio mondo da non accorgermi di un nuovo studente nella classe affianco. Lo scoprii un giorno, quando vidi un capannello di persone attorno a lui quasi fosse una rockstar. Sono quasi sicuro che se le mie compagne lo avessero avuto, gli avrebbero lanciato il reggiseno.
Solo in seguito venni a sapere di quanto il papà della rockstar fosse stato importante per la città

In quel periodo successero tre cose per me sconvolgenti:

  • Scoprii la verità su Santa Lucia e Babbo Natale
  • I miei amici dello sgabuzzino mi abbandonarono
  • I miei genitori mi iscrissero a scuola Calcio

Fu l’insieme di questi 3 elementi a farmi diventare grande, tanto da sostituire gli amici dello sgabuzzino con alcuni veri. Tra quelli veri c’era anche la rockstar.

Quando dico veri intendo in carne e ossa, non quello della canzone di Little Tony e Bobby Solo. Perché in fondo a me la rockstar non stava simpaticissima, anzi lo trovavo un po’ altezzoso. Tutti, invece, mi dicevano il contrario, forse ero io quello sbagliato? Avevo i miei dubbi.

Ricordo un giorno d’estate, ero solo al campo di calcio, con il mio pallone e correvo da una parte all’altra sentendomi Maradona. Potevo dribblare tutti, avevo un telecronista nella mia testa ad esaltare ogni mio tocco, pubblico, tra cui sicuramente gli amici dello sgabuzzino, acclamante.
In quel momento apparve la rockstar e il suo capannello adorante.
Decisero di giocare con me, fecero le squadre e mi lasciarono fuori. Non che gli si potesse dargli torto, ero comunque una pippa fotonica, ma il pallone era mio. Esiste una regola per cui anche se sei pippa ma il pallone è tuo allora giochi. Invece quel giorno le regole sante dei campetti non valevano e io rimasi a guardare.
Sino a quando capii di avere il potere di far finire il loro divertimento semplicemente dicendo “Devo tornare a casa”. Così feci. Con relativo gusto, tipo un Jep Gambardella di 11 anni.

Questo episodio avrebbe dovuto essere di insegnamento, invece anni dopo io e l’amico stronzo iniziammo a suonare assieme. Il motivo alla base della scelta fu perché era l’unico in tutto il paese a saper suonare uno strumento.
Soprattutto un giorno mi invitò a casa sua per sentire le sue canzoni e io feci sentire le mie. Erano canzoni strazianti, ma non nel senso di emozionanti, era proprio uno strazio starle ad ascoltare.

Però presi dall’entusiasmo di essere “quelli che scrivono canzoni” fondammo un gruppo. Ci chiamavamo AMUSIA: amore, musica e poesia. Con il senno di poi avremmo dovuto chiamarci TSO, era un acronimo più adatto.
Il genere era Pop-Cringe, noi facevamo pop e gli altri provavano imbarazzo. Noi eravamo convinti di essere uno dei migliori gruppi della scena italiana, la scena italiana non sapeva neanche della nostra esistenza.
I testi delle canzoni parlavano di amori finiti, amori mai iniziati e amori che facevano rima con dolore. Praticamente eravamo dei Leopardi con molto meno talento di scrittura e stessa dose di ottimismo verso la vita. Eppure senza capir bene come ci ritrovammo a scrivere l’inno di una squadra di calcio professionistica.

In realtà lo sappiamo come andò, la rockstar faceva il calciatore per il Monza e propose al tizio del marketing la canzone scritta da me. Il tizio quel giorno era super felice e disse “questa è perfetta”, corse dal direttore generale, un uomo stanco della vita seduto sulla sua poltrona di finta pelle sky.
Giacca, cravatta e le scarpe aperte perché il caldo gli gonfiava i piedi. Ascoltò il pezzo per i primi 4 secondi poi disse “regaliamo il cd con l’abbonamento” con l’aria di chi proprio non ne voleva sapere. Quello del marketing preso dalla totale esuberanza mise la sua firma sul progetto urlando: “Facciamo cantare il ritornello ai giocatori” e poi chiamò uno che conosce mio cugino per organizzare le sessioni di registrazione.

A quelle sessioni io non arrivai. Una settimana prima quelli del gruppo mi fecero capire di quanto il livello si fosse alzato e io non ero degno di farne parte. Ero così poco adatto al gruppo che il l’inno dei professionisti non fu nemmeno depositato in siae a nome mio, ma a nome della rockstar, ma la canzone l’avevo scritta io.

Mi incazzai tantissimo, non solo ero senza musica, mi sentii tradito dal mio amico. Per fare bella figura lui stava togliendo un merito a me.
Vedeva il gruppo come il carro vincente e io sarei dovuto rimanere a terra. Fregandosene dell’amicizia, dimostrando che io in terza elementare non avevo sbagliato. Quindi quei reggiseni, care le mie compagne, avreste dovuto mandarli a me.

Ovviamente fu una bella botta, ci rimasi malissimo per tutto l’insieme di cose. Però mi promisi di dimostrare che ai loro livelli io ci potevo stare. La mia fortuna fu il loro livello veramente basso. Non fu un grande sforzo.

Considerando poi quello che ho fatto io e quello che ha fatto lui direi di aver vinto la mia sfida personale.

Negli anni ho organizzato circa un centinaio di concerti, forse più. Il gruppo di cui non ero al livello non è mai stato neanche pensato nelle nostre rassegne. Un motivo ci sarà, e ti assicuro, non è perché io non volessi farli suonare. Ti posso dire che non avere abbandonato il pop-cringe ha influito

Quando un amico ti delude, forse, non era un vero amico, e se tu l’hai capito in terza elementare perché poi ci suoni assieme? Grosse domande irrisolte della vita

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4 thoughts on “Quando un amico ti delude

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