quando è finita

Quando è finita

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Dispetto #54 – Un anno di terapia

Ho fatto un sondaggio sul mio profilo Instagram. Ho chiesto di cosa avrei dovuto scrivere oggi tra: innamorarsi da sbronzi, i grandi gesti d’amore, il mio anno in terapia dalla psicologa.
Ero convinto vincesse la seconda opzione. Ha vinto l’argomento che ritenevo meno interessante, a dimostrazione di come io non sappia niente di chi mi legge. Eccomi allora a parlare del mio anno di terapia, e lo faccio adesso. Quando è finita.

quando è finita
La terapia è un percorso. Lo capisci solo quando è finita.

La scorsa settimana ho fatto il mio ultimo incontro con la mia psicologa. Dal primo momento in cui mi sono seduto davanti al pc e ho iniziato a parlare con lei mi sono sentito a mio agio.
Quando mi ha detto che eravamo giunti alla fine del percorso mi sono sentito fiero di me, ma anche impaurito. Ero Nemo e suo padre allo stesso tempo. Con la stessa voglia di nuotare del Grande Blue e la paura di andare oltre la mia zona di comfrot. Chissà cosa mi potrebbe succedere se anche io andassi a toccare il Motoschifo?

Il precedente ciclo di terapia era finito a metà strada, con la fine del mio matrimonio.
Dentro però sentivo che avevo bisogno di fare pace con tante cose del mio passato, per tanti motivi. Godermi appieno il presente, tornare a poter dire di essere felice, in caso di morte non dover cercare Whoopi Goldberg per dire Idem alla ragazza con cui sto.

Nei nostri incontri, infatti, pensavo di voler parlare con lei del mio passato, farci pace. Invece mi ritrovai a parlare spesso del presente.
Ci fu un momento specifico, a inizio anno. Mi sentivo sbagliato.
Mi sentivo come i personaggi di DaZeroADieici chiedendomi se qualcuno si fosse accorto del mio passaggio. Domande che ti fai quando pensi sia finita la parte migliore della vita.

Ne parlai la prima volta in auto di ritorno dalle vacanze con quella che era la mia ragazza di allora. Non avevo ancora compiuto i 36 e già pensavo a questi 40 sempre più vicini. C’erano tante cose di cui non ero soddisfatto, senza avere mai il coraggio di cambiarle.
Questa stessa mancanza di prospettive, mie e nella coppia, è stata alla base della nostra rottura.

Vissi male quella storia finita perché nel mio percorso di terapia stavo lavorando sull’assertività, senza tenere sempre tutto dentro e poi esplodere.
Volevo trovare un nuovo modo di vivere la coppia, però evidentemente quello che volevo non era stare in quella coppia. Lo posso dire ora con il senno di poi, lì per lì cercai di tornare indietro in tutti i modi. Anche questo.
Si accavallò tutto, la fine della storia, l’inizio di un lavoro pessimo e una bronchite che mi costrinse a letto per circa una settimana facendomi sentire solo, maledettamente solo.

A differenza di molte storie in cui si capisce l’importanza quando è finita, con la mia psicologa capii la sua importanza e bravura una domenica di fine marzo.
Era un momento veramente difficile, forse il punto più basso di sempre.
Avevo perso 2 spettacoli di improvvisazione per malattia, uno lo aspettavo da prima del Lockdown.
Le migliori amiche della mia ExMoglie mi avevano coperto di insulti per un mio post su Instagram, non potevano sapere in che mood stessi, ma se la potevano risparmiare.
Ero andato a Verona a portare una lettera d’amore – oh sì che gesto romantico di cui vi parlerò. Uno di quelli senza senso, inutile, tanto cinematografico e che poi ti fa solo stare peggio di prima.

Quella domenica sentivo il mondo crollarmi addosso, non riuscivo a smettere di piangere.
Vagavo senza meta nella parte più brutta del paese. Dove ci sono solo capannoni e centri commerciali. Mi fermai su una panchina, cercai il nome di una sostanza (che ho dimenticato) per avvelenarmi. In loop nelle orecchie avevo Il Testamento di Appino.
In alto mi uscì il numero di un centro aiuti. Decisi di chiamare. Rispose una signora con la voce delicata.
Le vomitai addosso tutto il mio stare male, sperando in una parola di conforto. Alla fine del mio sfogo la signora con la voce delicata disse: “Io non posso aiutarti, ma ho ascoltato il tuo dolore…” tu tu tu tu…
Come non puoi aiutarmi? E io cosa ho chiamato a fare? No scusa, adesso mi richiami e mi dici come vivere la vita, insomma.

Decisi allora di chiamare un secondo centro. Mi rispose un signore, con accento romano. Sembrava Cesare Cesaroni. Riparto con lo sfogo, lui ascolta. Poi mi ferma.
“Allora innanzitutto a sta pischella ‘na devi pensa’ pe’ niente. Nun te merita. Ma poi dimme’. Tu sei de BBergamo? sai che io c’avevo ‘na storia co’ una de Trescore Balneario. Poi te suoni? Suonate la chitara, stai mejo”.
Insomma il senso era:”Che voje da me, io al massimo te posso canta’ ‘na canzone, anzi cantatela te”.
Non sapevo se rimanerci male per la totale mancanza di empatia, la faciloneria oppure ridere perché era tutto maledettamente surreale. Scelsi la seconda.

La mia psicologa era in ferie, rientrata e sentita questa storia si offrì di esserci tutte le settimane. Fu un momento in cui la sentii veramente vicina. Il momento da cui poi sono ripartito per arrivare qui, oggi. Passando anche da questo periodo di cui ho già parlato in cui mi vergognavo di dire di star bene.

Qualche giorno fa una persona mi ha detto “Si vede che hai fatto terapia”, in quel momento l’ho vissuta come uno dei migliori complimenti ricevuti – poi mi ha detto che mi stava prendendo in giro, ma ormai io me la stavo tirando.
Sento di essere cresciuto e di avere nuove consapevolezze. Dalle più assurde tipo il fatto che chiami per cognome le persone a cui voglio più bene a quelle un po’ più profonde come l’aver capito di non essere dio, che non posso salvare nessuno.
L’idea che la vita non la devi allungare, ma la devi allargare. Come diceva De Crescenzo in 32 dicembre.
Cercare di scegliere sempre il meglio per me.
La coscienza che se sei sicuro di quel che provi e lo dici non sei vulnerabile, anzi tutto il contrario. Citando i Marlene Kuntz “E ho le tue mani da lasciarmi accarezzare il cuore, immune da difese che non servono”.

È stata un’esperienza bella, arricchente, in qualche modo salvifica. La consiglio a tutti quelli che se la sentono.
Basta essere sinceri con questo test.

Nel frattempo ti ricordo che il 01 dicembre c’è “Senza tatuarsi resilienza” alla Serra di Seriate.
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