non ti sopporto più

Non ti sopporto più

Tempo di Lettura: 4 minuti

Dispetto #87 – Gli insopportabili sui social

Mi piace il confronto con le persone: mi rimetto in discussione e capisco se e dove sto sbagliando.
Quando una cosa non mi è chiara o non sono d’accordo con l’interlocutore di solito dico: “Fammi capire, convincimi”. Perché sento il bisogno di cambiare il punto di vista sulle cose, tutti i giorni. La cosa migliore è riuscire a non essere la stessa persona che ha scritto il primo articolo di questo blog, ma evolvermi ogni giorno.
Non sempre riesco in questo mio intento di confronto. Molte volte vorrei solo chiudere il discorso con un sano: “Non ti sopporto più”.

non ti sopporto più
preferisco stare da solo, perché non ti sopporto più

Platone diceva che quando la democrazia si ubriaca di libertà muore. Probabilmente è quello che sta succedendo nei nostri tempi. Abbiamo tutti la possibilità di dire la nostra e lo facciamo, anche se non abbiamo niente da dire.
Willie Peyote ci dice che “Per dire la tua, per fortuna non servono documenti/Ma almeno è il caso che ti documenti/Perché dire la tua non è un dovere, è un diritto/E a volte dovrebbe essere un dovere star zitto” e io mi sento di condividere questo pensiero.
Non penso sia obbligatorio avere un’opinione su tutto, eppure sembra che se non ce l’hai rischi di rimanere fuori dal giro.

Ad un certo punto ho deciso che per me i social sarebbero diventati solo una vetrina, tenendo le mie opinioni per i litigi al pranzo di Natale. Faccio Improvvisazione Teatrale per la Compagnia Nazionale di Improvvisazione? Lo scrivo sui social. Presento un libro? Lo scrivo sui social. Vado a bermi uno spritz? Me lo bevo e basta, non ho il tempo di fare foto in quel momento: priorità signora mia.
Però non discuto più. Anche perché le discussioni si polarizzano e io non ho la voglia e la forza di portarle avanti. Perché devo stare a discutere di democrazia con uno che ha la foto del duce come immagine profilo? Come dice Daniele Fabbri in Fascisti su Tinder: “Non sono Brad Pitt ma non mi faccio spiegare la figa da Malgioglio, figurati se mi faccio spiegare la democrazia da un fascista”.

Usare i social come metodo di pubblicità è molto più rilassante. Ogni tanto però il Venerdì, quando metto il box per le domande anonime, mi arrivano degli insulti.
In questi casi si dice: “Io sono forte e ho le spalle larghe, ma c’è gente che si ammazza!”. Ecco io non sono forte – però manco mi ammazzo. Ammetto che mi fa male. Mi chiedo perché, dove ho sbagliato. Non penso di meritarlo, stronz*.
No non è vero che sei stronz*, non trattarmi male, non me lo merito, facciamo pace per favore dai…

Le categorie che non sopporto più sui social però sono:

  • Quelli che usano la definizione “casi umani”
  • I WannaBe Cruciani
  • I vegani, che ci tengono a farti sapere che sono vegani
  • Quelli che usano “ansia” a sproposito

Da eterobasico ho sviluppato una certa avversione per le ragazze che chiamano “casi umani” i ragazzi con cui escono. Mi mandano fuori di testa.
Lo trovo ingiusto, perché i casi sono due: se trovi tutti stronzi che poi spariscono forse non sai fare selezione del personale, oppure se il “caso” in questione ha davvero un passato di sofferenza si merita rispetto, non te che pubblichi screen per i like sui social.
Ho raccontato della settimana peggiore della mia vita e quel vissuto mi ha fatto sentire “caso umano”, tanto da aver paura di dovermi confrontare con ragazze nuove per non dover incappare in questa definizione. E so che avrei reagito con: non trattarmi male, non me lo merito, facciamo pace per favore dai…

I Wannabe “Cruciani”. Commentano notizie tipo i femminicidi con “Inutile dire basta violenza sulle donne, diciamo basta violenza punto”. Non una posizione sbagliata di per sè, ma anche lo smorzacandela non è una posizione sbagliata, però se la fai in chiesa durante la messa lo diventa.
Credo che parte dell’intelligenza sia vedere le cose da un punto di vista diverso, ma anche saper argomentare e riconoscere quando farlo rientrano nel concetto.
Provocare in questi casi dovrebbe essere l’abbreviazione di “provocare una riflessione”. Se non si ha l’altezza intellettuale per fare questo tipo di operazione si provoca solo l’orticaria.

I vegani signora mia, i vegani. Con questo bisogno di raccontarci tutti i giorni che sono vegani.
Va benissimo, non ho niente contro, la trovo una grande scelta etica. Però resta una scelta, la tua scelta. Come tutte le scelte ha dei lati positivi e dei lati negativi.
Qualcuno dica a queste persone che non c’è nessun passo della Bibbia, del Corano o di qualsiasi altro testo sacro che dice: “Mangiare le bacche di Goji ti dà accesso alla ragione eterna”.
Semplicemente hai un’alimentazione priva di proteine animali. Non per questo hai il diritto di giudizio sulle scelte di vita degli altri.
Ghandi ha guidato la rivoluzione non violenta, ma non ce lo vedo dire a Che Guevara: “Ah tu usi la pistola?” con la puzza sotto il naso.

Quelli che sopporto meno in assoluto però sono quelli che usano la parola “ansia” per tutto. Dal preparare una cena agli esami di stato, una sola parola: ansia.
Un conto è normalizzare una condizione clinica, essere depressi o ansiosi patologici non è una colpa, un altro è pensare che sia un hashtag modaiolo.
La salute mentale è fondamentale e non una scelta che dipende solo dal nostro mindset.
Io sono felice della sempre maggiore possibilità di accesso alle cure psicologiche e spero che sempre di più si esca dal concetto “vai dal medico dei pazzi”. Un’attenzione alla salute mentale passa anche da questo tipo di linguaggio.

Questo il mio insindacabile giudizio, perché siamo sul mio blog lallero.
Ecco un’altra categoria che proprio non sopporto sui social. Gli incoerenti, che vedono la paglia negli occhi dell’altro e non la trave nel proprio.
Ecco, forse questo articolo è solo una paglia e io non vedo la trave.
Per questo mi insultano il Venerdì nelle domande anonime, ma non trattarmi male, non me lo merito, facciamo pace per favore dai…

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