non litighiamo più

Non litighiamo più

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Dispetto #90 – I litigi senza motivo

C’è una parte di me che proprio non mi piace. A dire il vero ce ne sono tante, ma questa in particolare mi piace proprio poco.
Ha a che fare con la rabbia. Sentirla, sfogarla, è una sensazione con cui sto male.
Non parlo tanto dei picchi, quelli di quando esplodi, parlo più di quello che ti cova dentro. Ti porti dietro una situazione di malessere a cui non riesci a dare un nome e sei la classica corda di violino, il vaso a cui manca solo una goccia per traboccare.
La rabbia porta a litigi e i litigi sfiancano, tolgono energie. A volte quasi implorando ti chiedi e chiedi a chi sta con te: “Basta, non litighiamo più”.

non litighiamo più
resta ben poco dopo un litigio. non litighiamo più, ti prego

Nel mio passato ci sono stati momenti in cui ho sentito tantissima rabbia dentro. In quegli attimi la voce mi cambia, assume connotati diabolici. Sento di non essere me stesso. Di avere una forza di cui ho paura.
Potrei letteralmente sradicare un palo della luce. Tremo, mi sento trasfigurare. Insomma, se non fosse che mi restano i vestiti addosso e non cambio colore, qualcosa di molto simile all’Incredibile Hulk.
L’unica differenza è che non vado a salvare il mondo, ma rovescio litri di bile addosso al malcapitato o alla malcapitata.

Nella mia relazione più lunga ho avuto spesso litigi con i toni della voce alzati. Sembrava tutto normale. Io urlavo, lei urlava. Alla fine ci si calmava e in qualche modo se ne veniva a capo.
La ricetta era semplice. Inutile dire che la maggior parte delle volte fosse colpa mia. Questa non è una frase per far ridere sul classico stereotipo “Le donne hanno sempre ragione”. Dico così perché mi rendo conto di non essere stato in grado di far sapere i miei bisogni, tanto da arrivare poi a esplodere sul finale. Per questo, anche se partendo dalla parte della ragione, finivo con l’avere torto. In altre parole, mi mancava l’assertività.

Quando sono stato lasciato, o ho lasciato – qui per capirlo – una delle cose su cui ho voluto lavorare da subito è stata la gestione della rabbia.
Dalle urla immotivate in auto, ai litigi veri e propri con la persona con cui stavo. Ricordo che erano momenti in cui non mi piacevo.
Quel lato di me era una prateria di possibilità di miglioramento, perché quello che ritenevo peggiore.
Mi capitò in quei mesi di avere tanto tempo per stare da solo, complice una polmonite e il covid.
Quel tempo in casa mi permise di guardarmi dentro.

Se su due relazioni in entrambi i casi ero sempre io quello irascibile il problema non poteva risiedere nell’altra persona. Almeno, non solo. Quindi quello che avrei potuto fare io era sicuramente lavorare su di me.
Come prima cosa pensai al Buddhismo. Presi un rosario tibetano – tipo questo -, cominciai a meditare, pregare. In quei momenti tornavano a galla certi episodi.

Come quando per fare una cosa assieme io e una mia ex decidemmo di impastare degli gnocchi in casa.
Lei non mi aveva dato la sensazione di sapere cosa stesse facendo. Io avevo paura di rovinare i mobili della mia casa, perché non sono miei dato che sono in affitto.
Avevo dentro questo misto di sensazioni. Non riuscivo a dirle nulla. Non riuscivo ad essere utile.
“Stai sporcando in giro!”, “Sai almeno cosa stai facendo!?” e altre cose del genere. Ne seguì un litigio.

Avrebbe dovuto essere un momento per noi due. Si rovinò, fu sfibrante.
Non fu tanto il fatto di arrabbiarsi, fu il modo. Quel crescendo di urla.
Cosa c’era di sensato? Nulla. La verità probabilmente stava nel non detto tra di noi, un malessere dato, anche, dalla mia incapacità di parlare, di dire cosa sentissi e poi decidere d’un tratto di ascoltare solo me dimenticandomi l’altra.
Ricordo, mentre mangiavamo, il mio pensiero: “Ti prego, non litighiamo più”. Avrei dovuto dirlo a me stesso.

Nella mia storia più lunga i momenti di massima tensione furono quelli vicini ai cambiamenti più importanti.
Appena andammo a convivere sembrò che tutti i nostri problemi di coppia, la gelosia, il concetto di famiglia, la visione di un futuro assieme non esistessero più. L’unica cosa su cui valesse la pena discutere era la spesa.
“Andiamo all’esselunga”, “No alla coop”, “La coop ha prodotti di merda”, etc etc.
Non sembrava una convivenza, ma una lotta di potere.

Allo stesso modo fu difficile gestire il momento in cui avremmo dovuto trasferirci.
In ballo c’erano tante cose. La ristrutturazione della casa nuova, la scelta di mobili, la sua laurea e svariati desideri inconsci di paternità.
Era tutto un caos, l’adrenalina data dai cambiamenti a volte copriva tutto il malessere che c’era sotto. Io non ero capace di dire: “Sono preoccupato, mi sento solo”. Lei forse non era nelle condizioni di ascoltarmi. Probabilmente era vero anche il contrario. Sentivo che non eravamo una coppia.

Quando lei chiese di prendere il secondo gatto, per me, che già non riuscivo a star con uno in casa, fu la goccia.
Chiunque abbia passato più di mezz’ora con me sa della mia fobia per i cani – ne ho parlato qui – e del fatto che in generale con gli animali domestici non sono a mio agio. Prendere il primo gatto fu uno sforzo incredibile. Quando in lacrime mi chiese di tenere il secondo le dissi di sì, ma dentro iniziai a montare sempre più rabbia perché non mi sentivo ascoltato.
Mi chiusi a riccio. Uscivo solo per litigare, vomitare addosso rabbia e tornare in me. Le rinfacciavo qualsiasi cosa, il gatto era solo un appiglio.

Anche quando le storie finiscono a volte la rabbia è quel sentimento a cui resti aggrappato.
Ti arrabbi con l’altra persona solo perché non hai nessun altro modo per tenere in vita un rapporto.
Forse, anche in quel caso, dirmi e dire: “Non litighiamo più, teniamoci solo i momenti belli” è stato un modo di uscirne. Capitò esattamente a cavallo tra la polmonite e il covid, lo scorso anno.

Smettere di comportarmi così, cambiare questa parte di me è stata dura. Ci ho lavorato tantissimo, ci sto lavorando tantissimo.
Mi è capitato di avere discussioni in cui la rabbia prendeva il sopravvento e sono riuscito a gestirle in maniera diversa dal passato, ma non posso dire di essere “guarito”.
Ma ci sto provando.

Tu? Che rapporto hai con la rabbia? Raccontamelo nei commenti.

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