l'eredità di mio padre

L’eredità di mio padre

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Dispetto #123 – Un anno dalla morte di mio padre

Questa settimana il sondaggio Instagram sul mio profilo personale, Giò Fattoruso, sarebbe caduto il giorno di Pasqua, così ho preferito non farlo.
Inoltre nel mio file Excel “Argomenti” dove mi faccio un’idea dei tre argomenti da mettere al voto questa settimana c’era solo: “Un anno dalla morte di papà”. Nulla di più.
Ho pensato tanto a cosa dire, di cosa parlare, di come evitare la spettacolarizzazione della morte. Soprattutto non voglio un articolo triste. Quindi qui, parlo de l’eredità di mio padre.

non so perché ho scelto questa immagine, ma quando l’ho vista ho pensato che in qualche modo fosse giusta.

Quando si muore c’è questa usanza di lasciare il libro delle firme fuori dalla porta della camera ardente. Ognuno lascia il suo autografo in segno di vicinanza al defunto.
Una firma, come fosse una cambiale o un contratto. Per dire che siamo stati lì, abbiamo partecipato al dolore. Può sembrare stupido, però quelle testimonianze di vicinanza danno molta forza. Fanno sorridere, perché ti ritrovi a tavola, a dire: “ma questo chi era?”, oppure: “Hai visto chi è passato? ma sei sicuro sia passato? Certo c’è la firma!”.
Tra tutte queste c’era quella di un amico caro di famiglia, che diceva: “Grazie per la simpatia e la leggerezza con cui hai riempito le nostre vite”.

Prima di scrivere questo articolo ho pensato che avrei voluto parlare di quella volta in cui mio fratello fece un incidente in auto e in lacrime mi chiamò per un aiuto. Mentre andavo pensavo: “Quella è la tipica chiamata che faresti ad un padre”. Infatti poi sul luogo dell’incidente c’eravamo io, lui, il ragazzo con cui aveva fatto il botto e il padre. Sentivo come se a noi mancasse un pezzo.
Oppure del mio tatuaggio. Mia madre mi disse che lui non avrebbe voluto un tatuaggio alla sua memoria. Quel giorno, sotto la mia auto, trovai esattamente i soldi che mi sarebbero serviti per pagare quel tatuaggio. Come fosse un segno.
Però un articolo triste alla sua memoria, Gigi, non me lo avrebbe perdonato. Così ho deciso di parlare di cosa ci ha lasciato in eredità: l’allegria e la leggerezza.

Mio padre aveva la capacità di essere molto, molto, profondo e intelligente, ma anche di sdrammatizzare con una sola battuta momenti imbarazzanti o di tensione.
Come un prestigiatore nascondeva sotto il suo mantello di ironia e sagacia momenti in cui forse avrebbe voluto rispondere in maniera diversa.

Una volta, ad esempio, eravamo a casa di mia nonna.
CasaDiNonna aveva un bellissimo pergolato di uva. Lo stesso dove ho dato il mio primo bacio. Era il salotto formale estivo.
Le persone che volevano venire a trovarci non entravano mai nelle stanze, si fermavano sulle sedie all’ombra.
Quel giorno d’estate, sotto il pergolato con mia nonna, c’era anche una zia di mia madre. Una donna che come alcune anziane, e sarò così anche io, cercano la tragicità in ogni parola per essere compatite.
Nel salutare mio padre disse: “Gigi adesso ci rivedremo nell’eternità?”, come ad annunciare che non si sarebbero mai più rivisti. Mio padre davanti a questa profezia da Nostradamus uscita da Mare Fuori, rispose sornione con un: “Avviatevi voi, Zia”. Distruggendo in un colpo la verticalità dell’emozione tragica di questa donna.

Un’altra volta si era a tavola a casa dei miei ExSuoceri. Si chiacchierava, parlavano di pensione, tra mio ExSuocero, suo cognato e mio papà. Tutti e tre coetanei.
Per lunga parte della sua vita, Gigi, ha lavorato in proprio. Una scelta dovuta solo al bisogno di portare qualcosa in tavola, più che ad una aspirazione. Passò dal gestire un autonoleggio ad aprire un negozio di frutta e verdura. Si arrangiava.
Per questo motivo, a volte, riuscire a far quadrare tutti i conti era quasi impossibile, e pagare tutto era impossibile, così spesso restavano fuori i suoi contributi INPS. Si negava un futuro per garantirci il presente.
Questo però lo aveva portato a dover andare in pensione per anzianità e con la minima.

A quella tavola invece c’erano persone sempre state assunte come dipendenti. Uno sempre lavorato in tipografia, l’altro impiegato statale da 30 anni.
Ovviamente per loro la pensione, ormai vicini ai 40 anni di contributi, era certa. Per questo si interrogavano su come fosse possibile che lui invece avrebbe dovuto aspettare ancora così tanti anni prima di godersi quel tempo libero.
Le domande erano legittime, ma le risposte appartenevano alla sfera delle cose più intime. Avrebbe dovuto raccontare di incomprensioni tra fratelli, della morte di suo padre. Insomma non era facile rispondere, anzi qualche mese dopo mi dichiarò di essere stato a disagio.
Uscire da quella situazione stava diventando difficile, disse solo: “Ho i contributi pagati solo quest’ultimo periodo in cui sono stato dipendente…” pausa teatrale … “è anche vero che fino a 50 anni non ho fatto un cazzo!”.
Risata generale, momento storico e imbarazzo schivato con grande classe.

La mattina del giorno in cui sarebbe morto, e secondo me lui sapeva che quel giorno sarebbe successo, prima di dargli l’ultima dose di morfina l’infermiera ci lasciò un momento solo per noi 5.
Mia madre lo guardò, mentre noi cercavamo a stento di trattenere le lacrime, gli disse: “Luigi, hai qui i tuoi figli, vuoi dire qualcosa?”. Io avevo un maglione magenta, lui mi guardò e disse: “Che maglione da frocio che hai”*.
Queste sono le ultime parole di mio padre. Se ripenso a quanto sia grottesco e assurdo questo aneddoto, e quanto dietro a quella battuta c’era la voglia di essere ricordato per aver portato il sorriso nella vita delle persone.

Mio padre è morto da un anno. Io non ho ancora trovato un battuta per ricordarlo come avrebbe meritato.
Lui era sempre in ritardo, sempre. Ha fatto così anche con la morte. Probabilmente il suo momento era ad ottobre 2019 quando gli venne l’ictus, ma lui, all’appuntamento con la morte si presentò in ritardo.
Per me, invece, sarà sempre troppo presto.

L’unica cosa che posso fare, per ricordarlo al meglio, è cercare di regalare un po’ di leggerezza nella vita delle persone.

A settimana prossima

Ogni martedì su tutte le piattaforma gratuite esce IL SOLITO PODCAST.

* DISCLAIMER: Frase scorretta, senza nessun intento discriminatorio. Vi prego quindi di leggerla come un ricordo caro offerto su questo spazio, chiunque e ripeto chiunque voglia anche solo provare a dirmi: “uhmm che frase da troglodita” si chieda se io ho voglia di ascoltare, se ho voglia di sapere questa opinione e soprattutto se la mia storia fatta di rispetto della comunità LGBTQI+ non venga proprio da un’educazione al rispetto avuta da mio padre.

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