la paura di fallire

La paura di fallire

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Dispetto #63 – Le aspettative su te stesso

L’inizio dell’anno è sempre foriero di nuovi propositi. Di progetti che non sai mai se verranno realizzati o meno, idee pionieristiche tipo costruire il ponte sullo stretto di Messina in 1000 giorni.
Non so se questa cosa valga per tutti. So che ogni nuovo progetto, idea o compito si porta dietro un carico di preoccupazioni.
Nella vita, per non farmi mancare niente, ho organizzato festival musicali – inventandomi da zero anche il crowdfunding – spettacoli teatrali, pubblicato libri e dischi.
Ognuna di queste cose ha portato con sé una serie di problematiche operative, ma in sottofondo quella che non è mai mancata è la paura di fallire.

la paura di fallire
Sentirsi fuori posto, con la paura di fallire. Una costante della mia vita

Ogni tanto nella vita avrei voluto che i miei fallimenti si fossero limitati a quelli infiniti “nel dire l’alfabeto con un rutto”, come direbbe Caso.
Ricordo perfettamente quando a settembre del 2015 mi arrivò una telefonata del mio insegnante di teatro di allora che mi chiedeva di presentare un Match di Improvvisazione teatrale.
Dissi di sì senza pensarci un attimo. Non sapevo assolutamente da che parte iniziare, però mi buttai.
Ho un ricordo tremendo di quel giorno. Non sapevo niente, non avevo volti amici attorno a me, andai via pensando di aver sbagliato tutto lo sbagliabile. Una mia amica, però, a fine spettacolo mi disse: “Se pensavi di poter far meglio di così forse avevi delle aspettative troppo alte su te stesso“. Io invece pensavo solo di aver fatto schifo. Anche se tutti mi dicevano che non era andata assolutamente male.

“Fare schifo è quasi un dovere morale” canta il buon Willie Peyote, in una canzone che dovrebbe essere un mantra per tutti quanti.
Una moda di questi tempi è quella di ripeterci fino allo sfinimento che abbiamo diritto alla non competizione, a non dover per forza sgomitare per arrivare in alto.
Io personalmente non riesco a credere che a qualcuno piaccia fallire o peggio non interessi nulla di essere pessimo.
Se esistessero veramente persone così per favore presentatemele che ho bisogno di un corso avanzato sul fregarmene di me stesso e degli altri.

Il patriarcato, sempre lui, maledetto, mi impone di dare di me l’immagine di uno che è sempre sicuro di . Invece mi porto dietro una valigia di insicurezze da tempo immemore.
“Adesso ti porto in questo posto, so io la strada”. Fingendo assoluta certezza nei miei mezzi. Peggio ancora a letto: “Lasciami fare questa cosa, l’ho scritto in un articolo sul blog, ti garantisco che ti farà piacere”.
Sperando sempre che quella cosa per noi uomini così misteriosa come la vera causa di un orgasmo femminile si verifichi mentre io do sfoggio di skills di cui mi vanto, senza nessun riscontro oggettivo della loro infallibilità.

Le Endrigo le chiamano “Cose più grandi di te”, che doveva essere anche il titolo di questo articolo ma a WordPress non piaceva come frase chiave.
Quando mi trovo davanti a sfide veramente grandi vorrei scappare. Anche se farlo da queste cose è “come scappare da te stesso, e da te stesso non ci scappi neanche se sei Eddie Merckx”. Per dirla come Freccia.
L’anno della maturità, di questi tempi, appena rientrato dalle vacanze di Natale mi accorsi che mancavano solo pochi mesi a quell’esame.
La prova di italiano, la seconda prova di Economia Aziendale e la maledetta, fottutissima terza prova. Iniziò a mancarmi l’aria.

Non avevo dubbi sul fatto di essere promosso, non ero il primo della classe, ma vivevo senza troppi affanni a metà classifica.
Eppure appena rientrato dalle feste mi fermai. Non volevo più andare a scuola.
Ovviamente non c’era il registro elettronico ai miei tempi, la cosa più tecnologica che ci passava per le mani era il Nokia 3310. Inoltre essendo maggiorenne potevo firmarmi le giustificazioni da solo.
Facevo il rappresentante di istituto, quindi già molte ore di lezione erano occupate da riunioni varie, la possibilità di essere assente senza dover passare dalla firma dei miei aveva fatto scendere il mio monte ore dalle 36 di curriculum alle 25 effettive.

Mi capitava qualche volta di saltare le prime ore preferendo colazioni con ElleBi e la sua amica, oppure giornate a fare shopping prima di partire per lo scambio culturale in Ungheria. Insomma, c’erano delle priorità.
Per 5 giorni dopo il rientro dalle feste di Natale non andai a scuola.
Non ho nessun ricordo di quelle mattinate. L’ultimo giorno sono salito sul pullman, arrivato a Milano, preso lo stesso bus e tornato indietro.
Come fosse una metafora della voglia di fuga e poi di ritorno sui miei passi.
Detta così sembra poetica, la verità è che così avevo occupato due ore e sarei arrivato giusto in tempo per prendere il solito bus per rientrare a casa, ma quanto è bella quella visione sentimentale?
La sera in lacrime dissi a mia madre che da una settimana non andavo a scuola. Lei perdonò me e se la prese con mio fratello che faceva la prima nella mia stessa scuola e non le aveva detto niente.

Il giorno dopo quel viaggio della speranza e cinque giorni dopo la prima assenza – oltre quel numero avrebbe significato dover portare il certificato medico – tornai a scuola. Di quella mattina ricordo solo un abbraccio al mio compagno di classe Robi.
Spesso ci mandavamo a quel paese, una volta gli tirai una gomma contro durante una discussione sulla guerra in Iraq del 2003. Però quella mattina, sulle scale di fronte al Pallone Palestra della scuola, mi disse “Mi sei mancato, cazzo”.
Quell’abbraccio mi fece sentire di nuovo al mio posto, di essere tra persone che mi volevano bene, mi diede la forza e la consapevolezza di potercela fare.

Ci sono migliaia di frasi motivazionali sul fallimento, tipo questa di Micheal Jordan, ma lui è una persona straordinaria capace di ribaltare il mondo in 42 secondi, io penso semplicemente che sbagliare, cadere siano cose normalissime.
L’importante è farlo, mi raccomando, senza tatuarsi resilienza. Come dice il claim di questo sito. Oppure fare come suggeriscono i Pinguini e “Imparare a vivere come i serpenti”.
Quando invece penso di non essere in grado di fare qualcosa ricordo le frasi di Federico, il mio insegnante di teatro, “Se ci credi tu, ci crede anche il pubblico”. Nessuna paura.
Fingi di essere in grado, e poi dimentica che stai fingendo. Un po’ come la felicità per Bojack.

E tu? Hai mai avuto paura di fallire?


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