il paradiso forse esiste

Il paradiso forse esiste

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Dispetto #92 – La speranza di un aldilà

Sì lo ammetto, ci sono volte in cui spero che nel sondaggio Instagram vinca un argomento piuttosto che un altro. Non ci posso far niente. Ci sono volte in cui ho l’urgenza e la voglia di scrivere di qualcosa in particolare. Oggi è una di quelle volte.
Non che non avessi niente da dire sul coach a cui mi ero rivolto per riconquistare la mia ex, o di 15 giovani una settimana in montagna a parlare di pace e globalizzazione che volevano cambiare il mondo – tipo i 4 amici al bar di Gino Paoli.
Però parlare di quell’istante in cui ho pensato che il paradiso forse esiste è qualcosa che volevo fare. Per condividere un attimo profondo, il primo di tanti altri ad avermi aiutato a rimettermi in pari e darmi di nuovo una speranza. È successo l’ultimo giorno di mio papà.

il paradiso forse esiste
il paradiso forse esiste come luce in fondo al tunnel.

Si dice che la speranza sia sempre l’ultima a morire. Non credo ci sia qualcosa di più vero. L’ho provato spesso su di me, anche nei momenti più difficili ho sempre creduto di potercela fare.
“Alla fine ce la faccio sempre” è uno dei miei mantra. Lo dissi a mio padre un giorno mentre lo aiutavo al lavoro.
In quell’occasione parlavo di chiudere una busta di mozzarelle, poi è una frase che mi è rimasta attaccata. In fondo che differenza c’è tra imbustare mozzarelle e elaborare un lutto?
È un po’ arrogante, pensare di potercela fare sempre, però non mi è mai mancata questa fiducia, anche se il mondo ce la mette tutta per convincermi del contrario.

C’è un lato di me, non so se ne ho mai parlato qui sopra e siamo quasi a 100 articoli. Questa parte, dicevo, è quella che deve toccare il fondo, farsi schifo per poi riuscire a rialzarsi. Devo vergognami delle cose che faccio, devo perdere tutto, dignità compresa e in quel momento so che tutto sta per ripartire.
Anche quando raccontai alla mia psicologa di aver avuto voglia di farla finita dissi: “Perché so che mi serve per ripartire”.
Come se fossi uno yo-yo che arriva in fondo per poi tornare su. Attaccato ad un filo sottile, la speranza.

Una volta scrissi una canzone, si chiamava “prestami dio”. Era partita come una riflessione ironica su chi usa la religione più come scaramanzia che come credo. Nel testo mi accorsi di parlare di paura dei propri limiti, di fragilità e di chiedere aiuto a un dio (la minuscola e il generico sono voluti) per farcela.
Ho scoperto di invidiare chi ha la forza di avere una fede. Perché ha sempre una speranza. Forse è un’illusione, una questione di marketing dei rispettivi brand religiosi, ma loro non manca mai qualcosa a cui tenersi saldi.
In questi anni se qualcuno mi avesse dato in mano la lampada di Aladino al genio avrei chiesto: una speranza per papà, serenità per la mia famiglia sotto forma di una rendita da un milione di euro al mese e la turbina per la mia Renault Clio. Però credo che su quest’ultima anche il genio avrebbe alzato le mani. Perché per tutto c’è una speranza, tranne per far sistemare la mia auto.

L’ultimo giorno di mio papà io vissi tante emozioni tutte assieme. Quando un mese prima ci dissero che avrebbero cominciato con i cerotti di morfina per farlo star meglio sentii la fine avvicinarsi. “Ha ancora 4 mesi”, erano pochissimi, soprattutto perché quei 4 mesi diventarono settimane.
Il Sabato sera, salutandolo, gli dissi “Ti voglio bene” e lui scoppiò in lacrime. Come sapesse che era probabilmente l’ultima volta in cui ce lo saremmo detti.
Quel Lunedì fu tutto surreale.

C’erano le lenzuola del completo buono in lavatrice per preparare la stanza, c’era mia madre in banca per risolvere questioni burocratiche. C’erano ex calciatori che venivano in visita, mentre mia nipote sussurrava a papà cosa avvenisse attorno a lui.
Sembrava quasi che tutti quanti ci fossimo dati delle commissioni da fare per “ingannare il tempo”.
Ci dissero che l’attesa sarebbe potuta durare anche 48 ore, invece, intorno alle cinque del pomeriggio mamma mi chiese di chiamare un prete per l’estrema unzione.
Io andai in Oratorio, pervaso da quel senso di responsabilità che ha il grande della famiglia quando fa le cose. Pensando “Sei uomo, contano su di te per questa cosa importante”.

Il curato arrivò in pochissimo tempo. Ci riunimmo tutti attorno al letto di papà.
Appena iniziò a parlare a me mancò l’aria, mi accasciai solo un attimo a terra, ma “Sei uomo, contano su di te per questa cosa importante”. Mi rialzai.
Cercai dentro una forza che non avevo più, ma quando il prete gli diede l’indulgenza plenaria sperai nell’esistenza del paradiso, perché mio padre se lo stava meritando. D’un tratto mi sentii sollevato.

Quella speranza di un paradiso per papà mi aveva cullato. Era stata l’unguento sulle mie ferite, la mano che ti stringe quando hai paura del buio. Se dovessi descrivere con un’immagine il momento in cui quell’emozione mi ha preso direi una luce abbagliante.
Quella del faro nella notte che ti fa ritrovare la rotta. Mi fa strano aver trovato questa forza in un momento liturgico, così lontano da me. Tutto quel caos di colpo aveva senso.

In quel momento mentre papà se ne stava andando, mi aggrappai solo alla speranza di un dio e un aldilà. Anche se, due ore dopo, attorno al suo letto, i suoi respiri erano sempre più radi, sino all’ultimo secondo io sperai in un sobbalzo, come quando ti svegli la notte per un brutto sogno. Si stava spegnendo, mancavano solo tre respiri e io speravo fossero i primi tre di una vita nuova.
Quando fece l’ultimo, diverso da tutti gli altri, con mia madre che disse “È finita”. Tra tutte le emozioni di quel momento ricordo quella luce.

Quel giorno si racchiude nei versi di Pino Daniele: “e vivrò, si vivrò, tutto il giorno per vederti andar, tra i ricordi e questa strana pazzia, e il paradiso che forse esiste…”.
Lo so, scrivo articoli così perché in fondo la speranza di rivederlo ce l’ho ancora. Infatti al dio che prego tutte le sere chiedo di farmelo incontrare almeno in sogno. Ho bisogno di qualcosa a cui aggrapparmi. Spero come tutti, per non sentirmi un illuso.

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Ci vediamo a Settembre!

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