Fai un lavoro che ami

Tempo di Lettura: 4 minuti

Dispetto #9 – Cosa vuoi fare da grande?

Hai presente la frase “Fai un lavoro che ami e lavorerai mai in vita tua“? Io non ho mai capito se questa frase sia vera o se sono io quello sbagliato. Sarà che non mi sono mai riuscito ad innamorare fino in fondo di nessuno dei lavori fatti nella mia vita.
Ne ho cambiati tantissimi, sarà che in amore vince chi fugge, e io ho preso in parola questa massima.

fai un lavoro che ami
Cosa vuoi fare da grande?

Da bambino sognavo un lavoro “con i computer”. Non ho mai capito cosa significasse, se fare il programmatore o il sistemista o semplicemente l’impiegato. Volevo stare davanti ad un pc e fare cose, ci vedevo il futuro in questa visione. Il 2000 era fatto di macchine volanti, computer e di me che ci lavoravo sopra. Probabilmente mi immaginavo di essere un eletto, quelli che sapevano usare il pc erano pochi e quei pochi avrebbero cambiato il mondo.
Questa visione mi accompagnò per gran parte della mia vita.

A 17 anni, invece, volevo andare all’università a Roma, mantenendomi facendo il pubblico polemico nei programmi di Maria De Filippi. Vedevo gente senza alcun talento giudicare coppie, ballerini e altro. Per poi andare in discoteca e prendere un sacco di soldi per non fare assolutamente niente. Il sogno della mia vita.
Poi pensavo che i tronisti cambiano sempre, mentre il publico resta sempre lì, e io ci tenevo al posto fisso.
Era un progetto dalla riuscita garantita. Solo non mi presero ai provini, perché non li feci mai.

Così appena uscito da scuola mi trovai già con un lavoro davanti al computer, coronando il mio sogno di bambino.
Era un lavoro che somigliava molto alle cose che avevo studiato, e poterle vedere da così vicino mi faceva sentire realizzato.
Dopo pochi anni però mi sentivo un Fantozzi con tanto di nuvola, destinato alla stessa vita per sempre. Il sogno di lavorare davanti al computer stava diventando un incubo. Così mi chiesi “Giò, fai un lavoro che ami?“. La risposta fu ovviamente negativa.

Mi contattò un’azienda di ristorazione aziendale. Mi offrivano un posto da Responsabile di alcune mense dell’azienda.
Andai al colloquio pieno di belle intenzioni e frasi sul cambiamento come prospettiva di crescita, come il bisogno di fare un salto e diventare adulto. Il titolare mi ascoltò annoiato, fino alla domanda: “Quanti soldi vorrebbe per fare questo mestiere?”.
La mia risposta fu una cifra talmente bassa da convincerlo ad assumermi anche se nei minuti precedenti avessi detto di aver squartato otto suore nel tragitto casa/lavoro.
Io ero felice perché prendevo 100€ in più del lavoro precedente e mi sentivo tipo in Jerry Maguire.
A pensarci bene non c’erano i presupposti per una grande esperienza.

Il primo giorno cominciai a notare delle stranezze. Mi diedero un’agenda con scritto dorato Rag. Fattoruso, il capo mi disse subito che quell’agenda serviva per segnare le ore delle attività che svolgevo.
L’agenda poi veniva ritirata a fine mese e controllata.
Come regola aziendale avrei dovuto salutare tutte le mattine il mio capo e tutte le sere prima di andare via. In caso io non lo avessi fatto mi sarebbero state tolte le ore di lavoro, questo mi creò confusione. Non sapevo più se ero davanti ad un capo o un badge vivente.

Qualche settimana dopo mi chiese di preparare un documento da presentare all’amministratore di condominio perché quella del piano di sopra aveva una perdita d’acqua che aveva creato la classica macchia.
Il capo mi disse di mandargli una copia per la correzione. Io lo misi in una cartella condivisa in rete, non avendo una mail.
Lui si arrabbiò perché l’avrebbe voluta stampata, altrimenti come avrebbe fatto per correggerla.
Quando mi ridiede il foglio, notai che aveva segnato con la biro rossa gli errori da correggere. Era un capo, un badge ed anche un maestro elementare.

Stare in giacca e cravatta mi faceva sentire figo, anche se spesso dovevo servire ai tavoli, sparecchiare oppure andare in giro per la provincia di Bergamo a fare consegne con il furgoncino. Iniziai a pensare di aver sbagliato qualcosa nella mia scelta. Forse il criterio “Mi danno più soldi è il lavoro giusto per me” non era quello adatto.

Pochi mesi dopo la polizia mi fermò perché ero al cellulare (aziendale) in auto. Durante il controllo si accorsero della mia revisione scaduta. Capii di non essere adulto quanto credevo, nonostante la giacca e la cravatta. 300€ di multa e libretto ritirato.
Non potevo utilizzare l’auto per il lavoro. Un grosso problema.
Passai la mattinata tra la motorizzazione e il comando di polizia per tutte le questioni burocratiche.

Tornai in ufficio nel pomeriggio. Il capo mi chiamò nel suo ufficio. Mi guardò negli occhi e mi disse:”Fai un lavoro che ami?”. Io rimasi impietrito. Lui mi disse che ero giovane, acerbo e non era il momento di fare quel lavoro con loro.
Il fatto di essere rimasto senza auto era molto grave e quindi per tutte queste cose sarebbe stato il caso che io mi licenziassi. Mi offrì dei soldi, pochi ma tanto io accettavo tutto, per licenziarmi il giorno stesso. Da buon Tafazzi firmai senza colpo ferire e mi licenziai.
In un giorno solo persi l’auto e il lavoro.

Non era una situazione che faceva per me. Così mi dissi “Fai un lavoro che ami e non avrai mai lavorato un giorno in vita tua.” Era l’estate 2008, il mondo si apprestava a vivere la sua crisi economica più grave di sempre. Io non lo sapevo e, nonostante tutto, ero felice.

Da lì in poi iniziò la mia odissea tra lavori precari e pie illusioni di stabilità. Ad oggi, come sai, non mi sono ancora deciso su quale lavoro fare, ma quando verrà il momento lo capirò, ne sono certo, spero.

Tu fai un lavoro che ami? Dimmelo nei commenti.

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2 thoughts on “Fai un lavoro che ami

  • Ahmed Abdallah Al Redai says:

    Il problema del lavoro oggigiorno è che spesso è fine a sé stesso. Provo a spiegarmi; sono poche, ormai, le professioni che vanno oltre il mero svolgere mansioni meccanicamente. La figura stereotipata dell’ impiegato, già con la maschera di Fantozzi, è da anni l’emblema (“minchia, ma la banca è l’emblema” sì, caro amico incappucciato, la rete non dimentica, ma ti voglio bene) della persona automa che lavora per arrivare al venerdì/le ferie/la pensione (ahahah la pensione, certo come no. Aspetta, serio credi di andare in pensione se sei nato dopo il 1972?).
    Anche tra figure come il barista che da sempre ha attorno a sé un aura di socialità e di contatto col pubblico capita di incontrarne di questi automi, che ad un “buongiorno mi fa un caffè per piacere” rispondono girandosi ad armeggiare con la macchina; perché servire veloce significa servire bene. Hanno ragione loro a comportarsi così? Forse sì, in fondo è quello che molti vogliono, interazioni economiche non umane: ti do un euro tu mi dai un caffè (che poi dai, sbrigati che devo salire perché sto aspettando una email e non ho tempo da perdere).
    Il lavoro non è più ciò che identifica la persona nella società, giusto o sbagliato che sia questa cosa, nel piccolo: sui documenti spesso non si indica più la professione; nel grande: non vediamo più le grandi lotte di classe che hanno caratterizzato tempi non troppo lontani.
    Le classi si sono appiattite nelle uniche due grandi classi previste dal sistema economico che domina oggi: i consumatori, e quelli che dicono ai consumatori cosa vogliono comprare. Questo, a mio avviso, si risolve nell’alienamento del singolo che vede nel suo lavoro il solo mezzo per recuperare quei quattro soldi che servono per compare le ciabatte in gomma con interno in carta stagnola che ha visto addosso all’amica al bar la quale l’ha vista da quella le, come si chiama? ma sì, quella famosa della tele, va beh hai capito.
    Il lavoro non ha perso il suo senso semplicemente il suo senso, oggi, è racimolare qualche soldo da poter spendere. È un mezzo per un fine ed a guadagnarci davvero sono altri, quindi non vedo perché dovrei impegnarmici più del minimo indispensabile.
    Spero di non essermi perso troppo mentre scrivevo, anche perché non ho riletto niente quindi beh, cazzi tuoi. Si può dire cazzi?
    Ora scusa, ma il capo si sta insospettendo perché scrivo più del solito, devo scappare.

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