dove sei?

Dove sei?

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Dispetto Bonus – Serve a me

Questo mese per motivi personali ho saltato una settimana di pubblicazione.
Il motivo era oggettivamente più che valido: Gigi, mio papà, con tre anni e mezzo di ritardo, perché puntuale non lo è mai stato, ha deciso che la terra non gli piaceva più ed è andato in cielo.
Però io so una cosa e di questa ne sono certo: lui sa quanto io tenga a questo spazio web e non si perdonerebbe mai di “avermi tolto del tempo”, così questo articolo esce oggi, per non farlo sentire in colpa. Questo articolo serve a me per dirgli e per dirmi “Dove sei?”

mi piace guardare in altro e chiedere “dove sei?” – (l’immagine è nata da un tool di AI)

Prima ho detto che papà all’appuntamento con la morte ci è arrivato con tre anni di ritardo.
Tutto iniziò con la settimana peggiore della mia vita, con quell’ictus maledetto.
Forse il suo momento era quello, ma la morte non aveva fatto i conti con i superpoteri di mia mamma.
Lei si è attaccata ad ogni speranza, con una forza che avrebbe potuto spostare il mondo.
Era l’unica a credere che qualche passo papà avrebbe potuto farlo e alla fine ha avuto ragione lei.
In ogni gesto fatto da mia madre in questi anni ho ritrovato quelle parole “nella buona e nella cattiva sorte”, che a volte sembrano solo una formuletta recitata a memoria per arrivare prima al ricevimento.

Grazie a lei papà ne ha superate davvero tante. Una volta andò in ospedale per un’infezione alle vie urinarie. Era un po’ abbattuto e io gli dissi: “Papà non ti ha ucciso l’ictus, il covid, la colite ischemica, mo dovresti morire perché ti si è rotto il ca**o?!”.
Era una battuta, però riassumeva, in parte, tante delle cose che gli erano successe nel tempo. In tutte quelle cose mia mamma c’era per prima. I suoi “Non lo vedo bene”, i “Non mi piace”, i dettagli che solo chi ama una persona sa notare. Tenendo papà per i capelli aggrappato a questa vita.

Ero convinto che quest’agonia così lunga e il percorso fatto su di me mi avrebbero aiutato a gestire meglio questo momento.
Mi sono reso conto invece di essere stato il solito presuntuoso. Con Gigi che adesso mi starà dicendo “Te lo dico sempre: a volte puoi avere torto”.
I primi giorni mi dicevo: “Beh se mi viene da piangere piangerò, tanto sono scusato. Starò male, succede”. Ho razionalizzato il fatto che sarei stato irrazionale, cercando di tenere sotto controllo il fatto di non avere il controllo su di me.

Fino a quando sono stato in un ambiente “protetto”, come la mia famiglia, tutto questo ha funzionato. Poi sono dovuto uscire e sono andato in un altro ambiente caro, l’improvvisazione teatrale.
Mi sono reso conto di essere fortunato, perché non è tanto il numero di messaggi di condoglianze ricevuto, ma i “come stai?” dei giorni successivi ad avermi fatto bene al cuore.

Il difficile viene ora. Nel momento in cui devo uscire allo scoperto, avere anche a che fare con le persone a cui chiedi “Ehi, come va?” solo per evitare di dire il loro nome che ovviamente non ricordi.
Cosa rispondo? Male perché mio papà non c’è più? Per poi rischiare di piangere davanti a sconosciuti, mettendoli a disagio, quando invece mi avevano fatto una domanda di cui la risposta manco interessava. Potrei fingere, ma giuro che è un esercizio difficilissimo, che poi mi porterebbe a momenti di decompressione devastanti.

Poche settimane fa abbiamo fatto una cosa bella: 12 ore consecutive di Match di improvvisazione teatrale il cui ricavato è andato all’associazione Giacopillo.
Eravamo circa 60 persone e siamo state in una stanza per 12 ore. Molti amici, altri sconosciuti. Il clima era ovviamente di cazzeggio, anche se io ricordo tanto nervosismo da parte mia.
L’avevo mascherato dando colpa a X o Y per cose non fatte o fatte male, la verità è che io ero arrabbiato con la vita. Fossi inciampato perché avevo le stringhe slacciate mi sarei incazzato con la marca delle scarpe e le avrei buttate.

In uno dei momenti di calma – forse apparente- mi sono ritrovato a chiacchierare del nostro format con gli altri.
Per chi non lo sapesse, quello che facciamo sul palco è partire da un input del pubblico e costruire una storia. La storia viene messa in scena secondo una categoria, ad esempio alla maniera dei drammi o delle commedie di Shakespeare o dei film di Tarantino. Mi è persino capitato di dover fare Teatro/Danza.
Noi stavamo parlando del teatro di Eduardo De Filippo: una categoria spesso fatta male, scambiata per un film di Mario Merola e dove si bevono tanti caffè.

Ovviamente io dissi la mia, di come quella categoria avrebbe dovuto essere approfondita; delle trame e sottotrame, del personaggio principale che sembra sempre un po’ ingenuo, ma in realtà resta fedele ad una morale ben precisa, di come la storia venga portata avanti dai legami tra personaggi ancora prima che dagli avvenimenti.
Chiusi il discorso in cui mi sentivo un megaprofessore accademico del Match di Improvvisazione Teatrale, con la frase: “Io Eduardo lo conosco, ci sono cresciuto con le sue opere”.

In quell’attimo, in quel preciso istante, mi sono passati davanti tutti i momenti in cui papà mi faceva vedere le videocassette con il teatro di De Filippo. “Natale in Casa Cupiello” mandata a memoria, la volta in cui gli ho detto “Facciamo un presepe assieme” e poi lo fece lui, bellissimo, mentre io mi limitavo a dire “ma l’erba l’avete messa voi? Bravo, bravo” ogni volta che qualcuno in casa diceva “Wow Gigi”.
D’istinto sono andato in bagno per nascondermi, piangere, ricordarmi di lui. Con quel pianto che inizia togliendoti il fiato.

Probabilmente se adesso mi chiedo “Dove sei?” penso di essere lì in quella stanza, tra le persone più care e degli sconosciuti, indossando una maschera e nascondendomi per toglierla. Mentre se lo chiedo a Gigi so che è comodo, lassù da qualche parte, perché a breve il Napoli vincerà lo scudetto e lui se l’è voluto godere dalla postazione migliore.
Di sicuro non al riparo dai fuochi, perché tanto so che arriveranno fino a lì.

Ci sentiamo giovedì prossimo.

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