diventato grande

Sono diventato grande all’improvviso

Tempo di Lettura: 4 minuti

Dispetto #59 – I dolori dell’adolescenza

Anni fa una mia vecchia amica, in un periodo non facilissimo per lei, mi disse: “Non è un problema se adesso sto un po’ male, significa che sto crescendo”.
Non so se questo avesse a che fare con una retorica un po’ cattolica per cui cresciamo solo grazie al dolore o se fosse una reale consapevolezza. Io propendo per la seconda.
Ho questo difetto, tra gli altri, di farmi entrare dentro alcune frasi e tenerle come filosofia di vita, ma quella volta pensai “è vero”. Ricordavo perfettamente il dolore e di essere diventato grande all’improvviso. Correva l’anno 2002.

diventato grande
Mentre sei intento a guardare la vita scopri di essere diventato grande.

Del 2002 ho parlato molte volte in questi articoli. I miei 15. minuti di popolarità capitarono in quell’anno.
Così come poco prima di quell’anno capii di essere di sinistra. Tutte esperienze che però restano coperte dalla mia prima vera e grande crisi esistenziale.
Fu una cosa che mi arrivò in faccia un po’ all’improvviso, ma ricordo di aver cominciato la terza superiore che ero bambino ed esserne uscito cucciolo di adulto. Quell’anno per la mia adolescenza fu come l’anno 1000 per il Medioevo. Divise l’alta dalla bassa.

L’estate del 2001 fu particolare, pochi mesi prima un mio ex compagno di classe era morto, per colpa di un incidente balordo in moto. Ricordo che fu la prima volta in cui piansi qualcuno. Sino a quel momento ero convinto di poterla gestire.
Invece mi trovai una sera, sul letto, a versare tante di quelle lacrime che non avrei pensato, senza la possibilità o la capacità di fermarle. Ricordo solo mia madre che provava a consolarmi, ma avrebbe potuto dire qualsiasi cosa, io in quel momento volevo piange.
Savo non c’era più e noi non potevamo farci nulla.

Nonostante questo, il G8 e le Torri Gemelle, l’estate 2001 fu abbastanza spensierata. Mi ero appena rimesso assieme al mio primo amore. Avevo creato con i miei compagni di classe un gruppo allegro ed eravamo diventati amici.
Il sabato uscivamo, ci divertivamo. Eravamo in 5.
Due vennero bocciati, uno all’inizio della terza disse di non sentirsela e non si iscrisse. Il quarto fece un mese di scuola, per uno non venne, al terzo decise di ritirarsi. Ero solo. Un pezzo delle mie certezze veniva giù.

Il caso volle anche che a inizio di quell’anno giocassi molto bene a calcio. Per chi mi conosce sa che dire una frase del genere per me è impensabile. Però ero primo nei test fisici, i miei compagni di mi stimavano e avevano deciso che io sarei stato capitano. In campo facevo la differenza.
Proprio sul più bello le mie ginocchia decisero che non si sarebbe potuta fare. Ero cresciuto troppo in fretta, senza essere diventato ancora grande.
Fermo un anno intero.
Andavo solo la domenica mattina a vedere le partite degli altri, a soffrire pensando che il mio momento sarebbe arrivato.
Un’altra parte del mio mondo cadeva.

Cercavo ostinatamente di assomigliare a qualcuno. Ai miei compagni, allo stereotipo di sinistra con Clark finte. A Ligabue, ovviamente, mettendo camicie aperte sopra le t-shirt. Lo facevo per sentirmi accettato.
Una volta andai anche in giro con uno smanicato, comprai un accendino e delle sigarette, ma io non ho mai fumato. Lo facevo solo perché come Woody Allen ero convinto di essere incredibilmente bello con la sigaretta in mano. Per illudermi di essere diventato grande.

Lo smanicato però era di mia madre. Io dimenticai l’accendino in tasca. Lei lo ritrovò e si convinse che io fumavo sigarette e probabilmente anche l’erba.
In realtà all’epoca io ero anche astemio, ma non riuscivo a trovare dentro di me nessun motivo per essere allegro. A dire il vero non riuscivo più a trovare un motivo in me per essere vivo.
Ero solo, spaesato e più stavo così più volevo starci. Come se stare male mi desse in qualche modo piacere. Era il mio modo silenzioso di attirare le attenzioni che non sentivo di avere. Avessi potuto avrei detto anche io “Tappami Levante”, perché tanto so che la mia vita andrà sempre peggio.

C’era un unico motivo per cui mi alzavo tutte le mattine. ElleBi, la ragazza più bella della scuola.
Aveva un uno sguardo stupendo. L’avrei seguito ovunque, come un turista con quello della Gioconda. Qualsiasi espressione avesse il suo viso era sempre, maledettamente, bella.
Ogni tanto ero convinto di essere l’unico ad essersi accorto di quanto bella fosse, tutta la scuola guardava altre ragazze. Io guardavo lei.
Era praticamente perfetta.
Ovviamente il nostro amore non poteva esistere, questa cosa mi era chiara. Così mi sentivo più solo, sguazzavo in una solitudine che mi andavo a cercare ostinatamente. Mi sentivo Aleandro Baldi che canta “Non amarmi”.

Venne l’estate 2002, Byron Moreno, le Aiuole di Grignani e a Ferragosto mia nonna rischiò di soffocare per un pasticcino andato di traverso. Io vidi tutta la scena, impietrito.
Nonna diventare viola, ZiaTeresa che le fa la manovra di Heimlich, il pasticcino sul pavimento.
Pensai che ero proprio un coglione.
La vita poteva andarsene via per un pasticcino a Ferragosto e io che cercavo di viverla sempre malissimo.

ElleBi fu ciò che in qualche modo diede uno scopo alle mie giornate. L’incidente di mia Nonna farmi capire che avrei dovuto ritrovare dentro un po’ di forza.
Fortunatamente poi arrivò Dorga, la ragazza dei sogni e forse in quel momento guardandomi indietro provai nostalgia per la spensieratezza dell’estate prima. Scoprì di essere diventato grande all’improvviso.

Posso dire che ElleBi fu la bellezza che mi salvò. Ci conoscemmo, diventammo amici sinceri. Ogni tanto andavamo a fare colazione assieme saltando le prime ore di scuola. Un giorno trovai il suo profilo instagram.
Volevo vedere se era ancora così bella. Mi trovai davanti alla sconvolgente bellezza delle sue fotografie. Dove non era lei il soggetto, lei era la fotografa.
Mi venne da scrivere Per quando saremo tristi – i miei fan di allora dicevano essere la mia canzone più bella.
Un po’ la storia dell’amore mai esistito tra me e lei, un po’ il ringraziamento per essere stata la bellezza salvifica della mia adolescenza. Un po’ la descrizione delle bellissime immagini del suo feed ig.

Adesso qualcuno direbbe, avevi solo 17 anni, dovevi tirarti insieme. L’unica cosa che ho capito io da quel momento è che il dolore di tutti merita rispetto, se capisci questa cosa allora ne sei uscito migliore.

Se ti è piaciuto questo articolo condividilo sui tuoi social.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *