chi sei davvero amico

Chi sei davvero amico?

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Dispetto #130 – Le maschere

Come ogni ultima settimana del mese sono qui a raccontare qualcosa di cui mi pento. Quindi niente sondaggio Instagram sul mio profilo Giò Fattoruso e tanta confusione per me.
Non sono tante le cose di cui pentirmi nella vita, rifarei quasi tutto, così potrei “fare gli stessi errori ma molto meglio” citando Willie Peyote.
Ascoltando questo pezzo che si chiama Quando nessuno ti vede mi chiedo “chi sei davvero amico Giò?”
Sì perché almeno un po’ amico di me stesso in questo periodo lo sono diventato.
Poi dove andremo con questo articolo non lo so. Scopriamolo.

scoprire chi sei davvero è come guardare dalla finestra

Una volta il mio amico Luca mi disse che se avessi fatto più spettacoli, più monologhi, facendo diventare questa cosa una sorta di lavoro avrei avuto molto meno bisogno di farlo sotto il palco.
Era il suo modo per dirmi di seguire quella strada, di andare su un palco e dire quello che credo, magari filtrato dal fatto di essere un “Eterno saltimbanco”, per usare la definizione che mi ha regalato Cochi quando l’ho intervistato. Così non mi sarei trovato sotto il palco a utilizzare delle parti recitate, ad essere l’avatar di me stesso. Un modo per essere me stesso senza bisogno di fingere, di togliermi le maschere.

Io credo che tutti abbiamo un’immagine di noi stessi e a quella cerchiamo di essere fedeli. Ricordo un mio caro amico, dopo la fine di un amore, portare all’esasperazione il suo personaggio oltre la persona. Glielo feci notare, lo invitai a fermarsi, a dirsi davvero guardandosi allo specchio se lui fosse quella cosa lì o per mascherare la delusione avesse indossato un’ulteriore maschera.
Quale fu la verità non la possiamo sapere, io ho un diploma di ragioneria, sto alla psicologia come Gio Evan sta a Pascoli.
Però in quel momento ho rivisto in lui un comportamento che avevo spesso anche io, nascondermi dietro il mio personaggio.

Io penso all’immagine che voglio dare di me. Ho già detto che molte ragazze si sono ritrovate un simpaticone battutaro e poi hanno scoperto di stare con uno che non sa cosa lo rende felice.
La cosa che soffro di più di come vengo percepito è il mio ego. Perché sono io a metterlo in mostra, a mascherare tutte le mie paure ingrossandolo a dismisura tipo Goku con la Sfera Energica.
Poco meno di un mese fa facendo uno spettacolo di improvvisazione teatrale, un match, una mia carissima amica, proprio perché amica, ha fatto una battuta sul mio egocentrismo. Intendiamoci, lo ha fatto perché ha un certo tipo di rapporto con me, aveva il permesso.
Disse qualcosa tipo: “Il palco non era vuoto, c’era l’ego di Fattoruso a riempirlo”. Tutti a ridere, io a incassare, la mia psicologa di più perché mi può fatturare almeno 5 sedute aggiuntive.

Ecco chi sono, una persona che soffre tantissimo se gli danno dell’egocentrico. Perché mi sembra quel difetto impossibile da mandare via e che mi protegge allo stesso tempo. Come dico nella sigla del Podcast nella vita so fare due tipi di cose scrivere e essere uno sfigato.
Sullo scrivere lascio a voi il giudizio, ma sull’essere sfigato ne sono certo.
Con i miei piedi a papera, le braccia storte, gli occhiali e l’apparecchio. Il non piacere a nessuna ragazza mai. Se non fossero bastate tutte le volte che me lo hanno detto.

Ho passato una vita a stare al mio posto. Nel mio perimetro, arredandolo, facendo tutto da me. Ero fuori dalle dinamiche di gruppo, per un semplice motivo: non riuscivo a farmi accettare, mi sentivo eternamente diverso.
Io cercavo di assomigliare agli altri, anche se non mi piacevano le moto, le auto veloci. Anche se non sapevo giocare a calcio, non mi vestivo alla moda o ascoltavo la musica che ascoltavano tutti. Ero fuori, “Dalle grandi speranze, dai loro ingranaggi” come dicevano I Ministri.
Ero inspiegabilmente il preferito dei maestri e dei professori. Eppure non andavo bene a scuola, ma questo aumentava la mia sfigataggine.
Ho passato un’adolescenza intera a cercare di assomigliare a qualcuno per sentirmi accettato.

Mentre lo facevo l’adulto dentro di me mi giudicava e mi diceva che era sbagliato. “Cosa fai, provi le sigarette? Piuttosto dillo ai grandi perché loro che fumano stanno sbagliando”. Così mentre gli altri facevano esperienze io crescevo dentro la mia cupola, costruita da me stesso.
Non volevo fare un passo fuori.
Avevo paura di trovare quello che poi mi avrebbe rotto gli occhiali con un pugno, quelli che mi avrebbero preso in giro perché non sapevo giocare a calcio o perché i miei genitori venivano da Napoli.

Per questo crescendo ho sviluppato degli anticopri contro il sentirmi sfigato, ma questo ha significato aumentare la forza dell’adulto severo autogiudicante.
Sono la Signorina Rottenmeier pronta a redarguire ogni passo che faccio oltre al perimetro prestabilito.
Così se una persona balla in mezzo alla strada con me accanto io mi imbarazzo, non per lei, non perché mi vergogno che chissà chi ci vede, ma perché il bacchettone che vive dentro di me mi dice “Tu non fai niente per fermarla” e io dico di no e quindi mi risponde “Allora sei come lei, vergognati, non diventerai mai adulto, sfigato”.

Cosa avrei dovuto fare con quest’ego che è stato preso a calci per 20 anni? L’ho fatto crescere, perché l’alternativa era morire. Così mi copro dietro di lui, per avere la libertà di poter essere chi sono, cercando di non giudicarmi il più possibile.
In questo senso ha ragione Luca, da quando sono sul palco più spesso è molto più facile per me vivere il distacco di quando ne scendo, e portarmi dietro quell’assenza di giudizio e tenere solo la critica per migliorare.
Nel mio caso è stata fondamentale l’improvvisazione teatrale. Da subito è diventato quel luogo accogliente in cui mi piace stare. Negli anni sono cambiati i compagni di corso, le persone, eppure io sono sempre lì.
Ho capito che era qualcosa per me quando ho rinunciato alle lezioni di canto e ad avere un gruppo musicale per lei. Mi ha aiutato a sentirmi libero sul palco e imparare ad esserlo sotto il palco. Anche se ancora travestirmi mi fa sentire scemo.

Probabilmente su quel palco, qualche tempo fa, non c’era l’ego di Fattoruso, ma il bambino finalmente libero di giocare senza sentirsi giudicato.

Tu chi sei? Raccontamelo nei commenti.

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Martedì esce IL SOLITO PODCAST.

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