abbiamo smesso di sognare

Abbiamo smesso di sognare

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Dispetto #126 – Volevamo cambiare il mondo

Questa settimana nessun sondaggio sulla mia pagina Instagram, perché è quella del “Cose di cui mi pento”. A questo giro non ho avuto bisogno di fare tanti ragionamenti: questo articolo esce il giorno prima del 25 aprile e non può non parlare di ideali. (Esce di mercoledì perché domani si va in manifestazione non si leggono blog).
Io non mi pento di nessuno degli ideali che ho avuto e che ho tuttora, però mi rendo conto di aver smesso di inseguirli. Come me buona parte della mia generazione. Uccisi dal peso delle più grosse crisi finanziarie proprio mentre entravamo nel mondo del lavoro, impegnati a riuscire a sopravvivere in un mondo che faceva vivere bene tutti quelli nati prima di noi, abbiamo smesso di sognare.

abbiamo smesso di sognare
abbiamo smesso di sognare, abbiamo lasciato tutto come uno studio in disordine

Ho scritto metà di questo articolo, poi l’ho cancellato. Perché stavo facendo un trattato politico.
Quello che sta succedendo è sotto gli occhi di tutti. Il caso Scurati è solo l’ultimo di una catena preoccupante di eventi. Però io non sono qui a raccontare la mia idea politica, l’ho già fatto nel mio articolo Qualcuno era comunista, in cui ho riassunto, penso abbastanza chiaramente, le mie idee e i miei ideali politici.
Quello di cui mi pento è averli lasciati andare. 20 anni fa parlavamo delle conseguenze di quello che stavamo vivendo figurando scenari simili a ciò siamo ora. Ci urlavano zecche all’epoca e lo fanno anche adesso. Noialtri continuiamo ad avere ragione, purtroppo.

Gli anni dell’impegno politico per me sono stati quelli dell’adolescenza. Poi è arrivato il mondo dei grandi a prendersi tutto di me.
Pensare a come pagare la rata dell’automobile, il bollo, il capo insopportabile al lavoro.
Una marea di cose che mi sono arrivate addosso negli anni e han fatto sì che ogni volta il mio impegno, il mio crederci si facesse un po’ da parte.
Non ho mai cambiato idea su alcuni aspetti della mia vita. Io voto una certa parte politica perché penso certe cose e non viceversa.
Però la mia militanza finisce lì.

Ad un certo punto mi sono ritrovato a dover fare i conti con la vita. Essere disoccupato nell’autunno del 2008, quando tutti abbiamo scoperto di essere più poveri. Lottare una vita con il precariato, una volta vinta quella battaglia trovarmi di nuovo separato e con padre malato.
Come se la vita ogni volta mi allontanasse dalla lotta, soprattutto quale è la lotta? In che modo si può ancora lottare?

Sono contro alla corsa sul web per seguire una wave o quest’altra. Non credo ci sia bisogno di me che dico “Stop al genocidio” tipo Ghali sul palco di Sanremo, anche perché io sono ascoltato e visto dalla mia bolla di persone, che la pensano molto probabilmente come me e a volte mi sembra solo una scusa per fare like.
Cerco di stare sempre un po’ in disparte, ho passato il periodo in cui attaccavo i politici sui social o provavo a dire la mia.
Mi sono reso conto di dare solo sfogo alla mia rabbia, niente di più.
Anche perché ormai è solo diventata una gara di insulti: io ti do del troglodita, tu mi dai del finocchio e basta questo è il senso di tutto. Si vuole primeggiare sull’altro, sopraffarlo. E questo è un atteggiamento dichiaratamente fascista.

Durante il mio spettacolo “Senza tatuarsi resilienza”, dico che con questo Governo un modo per fare resistenza è utilizzare inglesismi a cazzo. Poi penso al fatto che i nostri nonni fossero sulle montagne con i fucili, io nostri genitori nelle fabbriche, noi utilizziamo inglesismi senza senso sul web. Forse la lotta è caduta un po’ in basso.

E mentre scrivo ho negli occhi i post di chi fa informazione sulla Palestina, di chi ci racconta cosa succede in Ucraina, ma anche di chi cerca di parlare di dignità.
Io ho smesso di sognare proprio quando ho dovuto iniziare a lottare perché a rischio nella mia vita c’era la mia dignità.
In un mondo che mi ha fatto sentire un fallito perché non avevo un lavoro stabile, non ero in grado di creare una famiglia, non ero una persona socialmente invidiabile.

Ogni tanto vorrei tornare a quei 15 anni. Vorrei fare riunioni dove ci si scambiavano idee, dove cercavamo gli strumenti per capire il mondo. Di quella globalizzazione che ci faceva pausa, quel capitalismo che presto o tardi avrebbe allargato la forbice tra ricchi e poveri.
Vorrei tornare ad avere quei sogni di libertà, la forza di organizzare scioperi, di combattere per la dignità delle persone e non del singolo individuo.
Vorrei non essere stato corrotto dal dovermi tenere vivo, ma essere ancora una persona che fa dei propri ideali degli obiettivi di vita.

In questi 20 anni è cambiato tutto, sono cambiato io. Sono cambiati i miei compagni di battaglie. Sembriamo davvero i 4 amici al bar cantati da Gino Paoli.
Chi ha un impiego fisso in banca, chi ha figli da curare, chi ha lavori da mantenere. Il mutuo, la rata dell’auto, il finanziamento per la scuola dei bambini.
Quel capitalismo che volevamo combattere intanto ci distrae, ci porta su altre strade.

Abbiamo smesso di sognare quando abbiamo pensato che le nostre idee non potessero cambiare il mondo, ma abbiamo creduto in Steve Jobs e nell’idea che ognuno lo avrebbe fatto da solo, senza bisogno degli altri.
Quando ci siamo chiusi in casa, a curare il nostro giardino, senza neanche l’obiettivo di averlo più verde del vicino, ma solo di averlo.
Quando per 100€ in più al mese abbiamo accettato lavori contro la nostra moralità.
Abbiamo smesso di sognare e quando ci ricordiamo che possiamo farlo proviamo solo tanta nostalgia.

Domani è il 25 Aprile. La festa più bella dell’anno. Io andrò in manifestazione, per ricordarmi che il contrario di fascismo è democrazia, che la vera rivoluzione è avere tutti pari dignità, a ricordarmi di continuare la lotta che qualcun altro ha iniziato prima di me scalzo, lacero eppure felice.

Buon 25 Aprile a tutti e a tutte.

Ci sentiamo settimana prossima, martedì esce IL SOLITO PODCAST.

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